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1920-2020. 100 anni di Gianni Rodari.

 

Un grande anniversario, un’occasione per rileggere un poeta, uno scrittore, un visionario, che ha regalato al mondo opere indimenticabili e la più bella e rivoluzionaria delle verità: la fantasia ci rende liberi. ... [...]
Il poeta in generale esprime se stesso. Esplora le possibilità della lingua in tutte le direzioni. Scrivendo per bambini, io non lo posso fare perché non devo uscire dal loro orizzonte, dal loro vocabolario e dalla loro realtà. Qual è allora il ruolo di chi lavora per i bambini? Forse è quello di scrivere dei libri che piacciano come il gioco del pallone. Cioè che siano interessanti e impegnino tutta la loro personalità.
Nel gioco il bambino è impegnato con i suoi sensi, con la sua immaginazione, con i suoi sentimenti. Ecco, raggiungere un tale obiettivo, mi sembra importante.[...] Per lui conversare con i ragazzi era una necessità per capirne i comportamenti e per penetrare nella loro psicologia; un’occasione per ricevere stimoli e collaudare quanto andava scrivendo. Voleva che il suo lavoro nascesse dalla base.
Non gli bastava guardare il mondo, desiderava andargli incontro ed entrarci. Per la prima volta aveva dato a me, estraneo alla scuola, il privilegio di stare in aula per registrarlo mentre lavorava.
Così scoprii la straordinaria capacità di stabilire relazioni positive mettendo a proprio agio i presenti, di insegnare giocando (Nel gioco c’è la sperimentazione per avvicinarsi al mondo dei grandi), di far emergere il senso vero delle cose. Gli alunni, non conoscendolo di persona, al primo impatto subivano il fascino del personaggio e perdevano la spontaneità, ma Rodari cercava subito di demitizzarsi facendosi chiamare “Gianni”. Poi, con battute spiritose, si metteva sul loro stesso piano; creava il bisogno di sapere e aiutava a penetrare concetti profondi con linguaggio comprensibile e coinvolgente.
Era un improvvisatore formidabile, un comico nato. Si vantava, con una punta di orgoglio, di assomigliare un po’ a Totò (ed era vero!). Anche quando raccontava più volte uno stesso fatto o una favola, introduceva varianti compiendo un lavoro sul lavoro. Usava espressioni popolari, sfruttava i luoghi comuni, immetteva nella narrazione dati ambientali o ‘rubati’ all’interlocutore, toccando gli argomenti verso i quali gli adolescenti erano più sensibili e interessandosi ai loro vissuti. Pur avendo in mente certi obiettivi, operava senza uno schema fisso.
Stava a scuola con lo spirito dell’allievo che vuole apprendere dagli altri, ma era un maestro in tutti i sensi. Sapeva ascoltare e dare consigli pratici agli insegnanti, senza per questo considerarsi depositario di verità assolute. Non volendo mai dire una parola conclusiva, era continuamente disponibile alla verifica.
Insegnava senza imposizioni: scherzando, gareggiando, stuzzicando la curiosità, prendendo per mano le inclinazioni. In quell’atmosfera l’aula diventava un vivace luogo di ricerca, un laboratorio di invenzioni fantastiche. La lezione si trasformava in un work in progress, in una performance educativa, in un’avvincente azione teatrale.
Con lui non esistevano problemi di disciplina. Si guadagnava l’autorità e induceva al rispetto delle regole con l’intelligenza, la cultura, la simpatia, l’amicizia. Teneva desta la curiosità proponendo nuove tecniche e portava a deragliare in più direzioni, ad attivare i meccanismi dell’immaginazione in piena libertà.
Tra le sue finalità vi era quella di rendere i bambini autonomi, sinceri, capaci di pensare in maniera diversa l’uno dall’altro. Il suo grande credo era di fare della scuola un momento di vita. Educatore animato dall’amore di un padre, che sentiva la scuola come la sua grande famiglia, è stato tra i più convinti difensori dei diritti dei bambini.