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"Quel silenzio che sembra un canto" racconto di Franca Benedusi

"Quel silenzio che sembra un canto" di Franca Benedusi

Devo andare su … ho bisogno di stare un po’ sola. Chissà, quella brezza, quei silenzi che sussurrano mille voci, i profumi, i tepori … forse riusciranno a farmi stare meglio.
Prendo mezza giornata di ferie: esco dall’ ufficio e mi avvio in piazza Monsignor Grassi. L’ aria è tiepida e profuma di cioccolato. Il cielo è azzurro intenso e libero da nubi. Salgo in macchina e parto.
Attraverso distrattamente Alba e mi sento infelice. Ho l’ impressione di essere “fuori posto”, di essere sola, di vivere ai margini di un mondo che è un aggrovigliarsi di paure e di speranze, di amore e odio, di voglia di fare e di momenti senza senso, di bellezze che vorrebbero attenzioni, ma son dimenticate e cosparse come ostacoli sul nostro cammino: ostacoli da superare senza neppur sfiorarli con un fuggevole sguardo per raggiungere traguardi senza neppure sapere se hanno importanza. In questo momento mi sento esclusa da tutto questo.
Sono chiusa in una campana di vetro con l’ ossigeno misurato. Solo gli occhi possono uscire: captare quelle immagini e con esse ferirmi il cuore. Premo il piede sull’ acceleratore: voglio fare in fretta, voglio uscire da questo involucro che mi tiene prigioniera.
Devo arrivare a LUNETTA … ho bisogno di lei. Devo ritrovare me stessa e potrò farlo solo là dove sono nata e cresciuta. Dove ogni istante aveva un senso e mi abbracciava con sensazioni, emozioni, colori e profumi … mi faceva sorridere ed intanto mi invitava a fare i passi e, con delicatezza, sfiorando la mia mano, mi lasciava alle attenzioni dell’ attimo successivo. Giungo a Bossolasco e già mi sento meglio. La campana di vetro che mi tiene prigioniera si sta alzando. Respiro quell’ aria frizzante a pieni polmoni e, con la coda dell’ occhio, osservo quelle dolci cime che man mano degradano sino a perdersi nell’ immensa pianura. Quasi senza accorgermene sono a LUNETTA.
Mi fermo al centro della frazione, scendo dalla macchina e un venticello lieve mi accoglie: mi accarezza le guance, mi spettina i capelli, mi smuove la camicetta e mi si infila in seno. Penso che fosse già lì, pronto ad aspettarmi. Mi sento bene: allargo le braccia e chiudo gli occhi, rilasso la mente e sorrido. Sorrido e mi lascio avvolgere, abbracciare, accarezzare ed ascolto il ticchettio della camicetta che mi schiaffeggia il collo. Ho la sensazione che mi parli, mi sgridi, mi inciti e mi rassicuri. Faccio due passi veloci e mi appoggio alla porta della chiesetta. Quel pizzicante abbraccio mi ha scaldato il cuore, ma la mia pelle protesta e sente freddo.
Il venticello mi abbandona: si infila tra i pioppi vicini , intenti a vestirsi di mille colori per la primavera in arrivo, e li dondola dolcemente. Osservo e, con la mente, danzo con loro in quell’ immenso cielo azzurro. LUNETTA è deserta: i suoi figli son tutti lontani. Sono sparsi nel mondo: a poco a poco l’ hanno abbandonata e lei è rimasta così, senza voci allegre di bambini, parole sagge di nonni … pensieri intensi di genitori.
Mi avvicino alla finestra della chiesa e guardo dentro. La statua della Madonna, al centro dell’ altare, è coperta di polvere e sembra avvolta in un velo di tristezza … sembra aspetti qualcuno. Vorrei entrare, ma è tutto chiuso. Rivolgo una preghiera e mi allontano.
Quel venticello lieve mi riabbraccia : lo saluto salendo in macchina e parto. Vado a “ CA DI MURAIN ”, nel mio campo preferito. Il terreno è asciutto e lo raggiungo facilmente. Lascio la macchina e, a piedi, mi avvicino al piccolo “ciabot” (piccola casa in pietra) . Il vederlo mi rasserena, lo abbraccio con lo sguardo ed osservo le sue pietre. Le conosco tutte: quella più grande e un po’ sporgente, di color grigio scuro, quelle più chiare e più piccole, disposte a secco, una sopra l’ altra. Mi soffermo sul suo tetto grigio, anch’ esso di pietre: pietre speciali, raccolte sulle sponde del ruscello vicino. Noto un piccolo avvallamento, entro ed intuisco il perché della sua presenza. Un trave sta cedendo: il tempo l’ ha consumato ed esso non riesce più a reggere tanto peso.
Esco veloce, temendo un suo cedimento improvviso e mi siedo, appoggiandomi al suo muro. Sento un piacevole tepore invadermi la schiena: chiudo gli occhi e rimango per un po’ così, con il sole che mi bacia con tiepidi raggi e con le pietre che mi scaldano la schiena. Sento una voce … è la voce di mia madre! Sento un rumore di pietre spostate … un’ esclamazione … due note cantate … sento pronunciare il mio nome … quasi non respiro. Voglio rafforzare nella mente quelle note di canto, quel lieve rumore di passi, quell’ esile figura con il foulard in testa, e quelle mani … quelle mani che cercano il suo anello.
Quell’ anello nascosto anni prima, quando Mussolini lo voleva. Per l’ Abissinia si era privata di tutto l’ oro che possedeva e l’ aveva donato col cuore, credendo in una giusta causa. La sua fede nuziale, però, era per lei troppo importante e non poteva privarsene. Era un simbolo d’ amore, era suo marito, i suoi figli, i suoi sacrifici, le sue aspirazioni. Era un piccolo cerchio che racchiudeva parte della sua vita. L’ aveva nascosto lì, fra le pietre del suo “ciabot”, e lo credeva al sicuro , lontano da Mussolini, dall’ Abissinia e da occhi indiscreti.
Lo credeva vicino a lei: nascosto, ma presente, pronto ad accogliere in sé, per tenerle sempre, le speranze, le delusioni, i sogni, i problemi, le gioie e tutto ciò che riguarda la vita di una moglie e di una mamma. Sento gli occhi bruciare … li spalanco e mi guardo attorno; poi mi perdo all’ orizzonte, là dove cielo e terra sembrano toccarsi, dove l’ azzurro diventa più tenue e sfumato. Sento un nodo in gola: quei passi,quelle mani che cercano qualcosa, quella voce, il mio nome … il tutto non è altro che il ricordo di un tempo ormai troppo lontano.
Mi alzo, faccio un giro attorno alla casetta, osservandola attentamente: ciuffi d’ erbacce secche e lunghi rovi, in parte, la nascondono. “ Devo ripulirla! – penso – E’ un piccolo capolavoro, non posso lasciarlo andare in rovina. Troverò qualcuno che sa ancora lavorare le pietre a secco … il tetto sarà la parte più difficile da recuperare … parlerò con Nello e con Romano, chissà, magari noi stessi sapremo farlo. E’ talmente piccolo! E poi, prima di smontare il tetto, memorizzeremo bene la tecnica usata e, di sicuro, riusciremo a ricostruirlo nello stesso modo. Sarà solo un piccolo “ciabot”, ma per noi è importante: è parte di noi.” Mi chino e, con le mani, strappo quell’ erba secca che nasconde le prime pietre.
Tra un ciuffo e l’ altro vedo le foglioline verdi dei giaggioli messi ancora da mia madre e ho l’ impressione che mi osservino e che mi ringrazino di averle aiutate a trovare il sole. Cerco un piccolo bastone: devo togliere quei rovi, quei brutti rovi che, aggrappandosi ai muri, cercano la terra , tra una pietra e l’ altra; fanno radici nuove e, di lì, ripartono. Batto su di essi con tutta la forza che ho: voglio staccarli, allontanarli … non devono invadere quella piccola casetta e sgretolarne i muri. Mi fermo un attimo e mi osservo le mani: sono graffiate.
Tolgo una spina infilata nella pelle e la butto lontana, quasi con rabbia. Guardo il mio “ciabot” e ho l’ impressione che mi sorrida, che mi ringrazi e mi dica:” Se mi togli i rovi, io rimarrò così per sempre, sarò qui ad aspettarti: raccoglierò i raggi del sole, li terrò stretti stretti e, quando vorrai, li passerò a te. Ti appoggerai ed io ti riscalderò, ti accarezzerò … ti restituirò tutte quelle carezze che tuo padre ha lasciato su queste mie pietre, nel costruirmi; ti darò anche quelle di tua madre … Tua madre: lei mi ha toccato mille volte! Mi ha quasi disfatto. Ad una ad una ha spostato le mie pietre, ne ha ispezionato le fessure: cercava il suo anello, quell’ anello che neppure io so dov’è; chissà, qualcuno l’ avrà preso, oppure sarà finito tra una pietra e l’ altra, in qualche buco, in quelle fessure lasciate dalla terra … quella terra messa da tuo padre, tra un sasso e l’ altro, per modellare meglio i miei piccoli muri.” Mi appoggio per un attimo al bastone e osservo quei rovi secchi spezzettati e sparsi ovunque. Li raduno in un piccolo mucchio, raccolgo i ciuffi d’ erba secca strappati prima e li butto sopra.
Li guardo con rabbia e, tra me e me, li rimprovero per aver osato intaccare quella costruzione così bella e, per me, così importante. Quel venticello lieve, che mi aveva accolta poco prima, al centro della frazione, è corso a cercarmi. Si è infilato nella vallata e, scendendo sempre più in basso, ha raggiunto il campo, quel pezzo di terra pianeggiante , protetto da una fila di pioppi maestosi da una parte e da una collina, disegnata a terrazze, dall’ altra. Il vento non osava mai cercarlo: normalmente girava attorno, poi s’ infilava tra le alte fronde dei pioppi, rimaneva lì in alto e con esse giocava a pennellare il cielo. Rimango sorpresa per la sua presenza. Sposto i capelli dagli occhi e mi vien da sorridere. - Sei venuto a cercarmi? Vuoi vedere cosa faccio? Sto un po’ meglio, sai? Brucerò questi rovi e tornerò ad Alba … mia figlia e mio marito mi aspettano.- Prendo la borsetta, cerco una sigaretta, l’ accendo e mi avvicino al mucchio. Appicco il fuoco. In un attimo le fiamme intaccano i rovi che, scoppiettando, mandano scintille tutto attorno. Il venticello, che era rimasto a farmi compagnia, sembra giocare con quelle lingue di fuoco: le spinge ora a sinistra, ora a destra, a tratti le schiaccia giù, quasi volesse infilarle nella terra e soffocarle. Osservo divertita questo balletto strano e mi soffermo su quei colori così intensi e così mutevoli. Da un momento all’ altro le fiamme si tingono di rosso vivo, di giallo intenso , poi d’ argento, infine di bianco; intanto sprigionano in alto fili di fumo e pezzettini neri che danzano impazziti sino a perdersi lontani. Sento un caldo intenso raggiungermi il viso: faccio due passi indietro e, con gli occhi, non abbandono quelle fiamme che danzano come fossero indiavolate.
Il venticello, sino ad allora tranquillo, sembra improvvisamente impazzito: soffia più forte che può’, si avvicina alle fiamme le prende e le porta con sé nelle rive vicine. In un attimo è tutto uno scoppiettare ed un balletto di lingue di fuoco che corrono veloci, quasi gareggiassero a chi arriva per prima nella fascia vicina. Si allargano divorando tutto e lasciandosi dietro una chiazza nera che diventa sempre più grande. Non credo ai miei occhi: sento le gambe tremare e rimango, per un po’, ferma, quasi impietrita. Uno scoppiettio improvviso mi sorprende; sento sassi rotolare, faccio due passi indietro e guardo. Le fiamme stanno divorando le ginestre: vedo i loro piccoli rami secchi staccarsi e volare disperati verso l’ alto, quasi volessero sfuggire quelle fiamme aggressive che, in un attimo, li riducono in polvere nera e con essa offuscano il cielo.
Prendo il bastone e corro da loro. Picchio quelle lingue maledette come una disperata. Ne soffoco una, ma tutto intorno ne nascono altre cento. Non mi arrendo: vado ora da una parte, ora dall’ altra e batto con tutta la forza di cui sono capace. I movimenti veloci e quasi rabbiosi del bastone, sollevano nuvole di polvere nera che, mista al fumo, mi arrivano al viso e mi tolgono il respiro. Pezzettini incandescenti sfiorano i miei capelli, mi battono in faccia, si posano sugli abiti e li bucano cercandomi la pelle. Sento fitte ovunque, le scarpe mi cuociono i piedi. Una vampata improvvisa mi avvolge: sento i capelli friggere e rimango senza fiato.
Lascio cadere il bastone e, con le mani mi copro la testa: quel friggere mi fa male e io non voglio sentirlo. Voglio schiacciarlo, soffocarlo, mandarlo via. Istintivamente chiudo gli occhi, feriti da tanto bagliore. Li sento bruciare, gonfiarsi di lacrime. Un gusto acre mi chiude la gola e mi toglie il respiro. Sento il cuore impazzire, protestare, battermi il petto, le tempie e salirmi su in gola quasi volesse abbandonarmi lì ed andarsene via.
Corro veloce vicino al “ciabot” e, con colpi di tosse, cerco di mandar via quel fumo, quel gusto e quel pizzichio che mi mozzano il fiato. Le mie gambe tremano e non so cosa fare: vorrei correre lontano, cercare qualcuno, vorrei spegnere quelle fiamme … vorrei che questo momento non fosse mai arrivato. Abbasso il capo, chiudo gli occhi e mi porto le mani sulle orecchie: non posso sentire. Non voglio vedere. Quello scoppiettare di rami che bruciano, quel rotolar di sassi che le radici dei rovi hanno smosso dai muri di pietre, quei sibili di vento che immagino alimentare le fiamme, mi fanno impazzire. Ho l’ impressione che la mia Langa pianga, che si lamenti, che soffra e che non riesca ad accettare quelle ferite perché procurate da una figlia sua.
Appoggio la schiena al “ciabot”e lascio cedere le gambe. Rimango rannicchiata con le pietre del suo muro che mi sfiorano. I singhiozzi che mi scappano improvvisi non mi fanno più sentire altro e mi lasciano solo quando, tutto attorno, è tornato silenzio. Un silenzio che mi batte in testa, in viso e che mi cerca le mani. Le cerca perché vuole che le tolga dagli occhi. Vuole che mi metta in piedi, che faccia due passi avanti e che osservi tutto con attenzione. Il mio “ciabot” è più bello che mai e spicca il bianco delle sue pietre … spicca come il sole tra il nero delle sterpaglie bruciate. Si appoggia alla base della collina che ha ripreso la dolcezza delle sue linee e punta in alto a cercare l’ azzurro intenso del cielo. I cespugli dei rovi non la nascondono più ed hanno ceduto il posto ad un tappeto liscio come l’ olio e pronto ad esplodere nei mille colori della primavera vicina. Guardo tutto e sorrido. Rido alla calma ed alla bellezza ritrovata.
Mi avvio alla macchina per tornare a casa. Faccio lunghi respiri alzando gli occhi al cielo. Sento una voce. E’ ancora la voce di mia madre.
Mi tranquillizza, mi rassicura, mi canta una canzone e mi promette che mi accompagnerà ad Alba … sino alla porta di casa. Poi tornerà dal “ciabot” e mi aspetterà per gioire insieme del verde che verrà. Il fuoco, da me appiccato, ha ripulito tutto ed ha preparato quel pezzo di Langa all’ armonia dei colori, delle forme, dei profumi e dei tepori.