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Prima "Pastiglia Valda” di Graziella Culasso: Alle quattro del mattino il mondo è ancora in ordine...

È ancora buio, l'inchiostro della notte si stempera nelle prime fredde note dell’alba, eppure in casa è già un gran fermento: oggi è sabato, giorno di mercato. 

La stufa di ghisa manda già qualche tiepido respiro e intanto mia madre conta e riconta le uova e ponendole in un cesto, lascia sfuggire un rapido sorriso, di chi sa già come investire il ricavato. I pensieri si rincorrono e rimbalzano tra i due metri di stoffa per i pantaloni nuovi al suo Cesco, un cartoccio di zucchero e uno di caffè dal droghiere di piazza Rossetti.
Ma non bisogna dimenticare un etto di pastiglie Valda dallo speziale, che l’Inverno è a due passi. Mia madre le riserva per quando andiamo in chiesa. - Se vi viene la tosse, per non interrompere il prevosto- ci sussurra mentre ne fa scivolare qualcuna nella tasca del cappotto prima di partire, ma le mie non durano neanche fino al primo tornante.
E in chiesa mi rimangono i granelli di zucchero in fondo alla tasca, mischiati ai pelucchi e appiccicati alle dita vanno bene lo stesso per la tosse. -Quelle maledette pelandrone! Potevano fare qualche uovo in più in sta settimana. Va già bene che le pecore han più giudizio- borbotta mia madre.
E mi sento in colpa. Devo smettere di giocare nel pollaio, che io ero la Regina e le galline i miei vassalli e che con le loro uova d’oro riempivo i forzieri del mio castello di pietra e squite.
Queste si sono di sicuro montate la testa dimenticando di fare il loro dovere, starnazzando con me sulle ali della fantasia. Ma il tocco della pendola delle quattro e mezza richiama alla realtà, mia madre mi fa segno di sbrigarmi con questa tazza di latte ancora piena.
Ma anch’io non posso fare a meno di perdermi a fantasticare sulle vetrine, sulla gente vestita a festa, sui cappelli e sui colori che mi aspettano ad Alba. Se mia madre ha mezzo soldo che cresce, chissà che oggi sia la volta buona per quel cerchietto di velluto al banchetto di Marisa.
Il ticchettìo monotono degli zoccoli di mio padre nell’andana della stalla, mi culla negli ultimi brandelli di sonno e con la fantasia sono una principessa, mio padre è un re e la sedia zoppicante con la paglia che esce da dietro, un cavallo bianco. Io scappo, non ho scelta, la stufa di ghisa è ormai un drago infuocato dagli occhi di brace. - Ancora un cestino con le tume e poi partiamo.
Non dimenticarti le scarpe buone! - urla mia madre già in fondo al cortile, mentre raccoglie i capelli con un fazzoletto a fiori – E sbrigati, che la corriera al Canta non la prendiamo più! Toccherà scendere a piedi ad Alba! – E non sarebbe la prima volta, penso tra me, ma un mattino al mercato di Alba val bene un po’ di strada a piedi.
La strada è buia e fa freddo. Camminiamo spedite e io penso alle masche: e se ci rubano il tesoro? Avrei dovuto prendere la vetta che mio padre usa a dare ai buoi, così le farei scappare. Mio nonno mi raccontava che una sera d’inverno, tornando dal vespro, nella curva del Martinetto gli si para davanti una capra che gli sbarra la strada: lo punta con occhi cattivi, abbassa il muso e gli offre a minaccia le corna, troppo lunghe per una capra normale.
Mio nonno che è uno che non si spaventa neanche dei morti, alza il bastone da camminare e la colpisce ad una zampa davanti. Un rumore di ossa rotte e poi l’animale scappa impazzito. La domenica dopo, quando va messa, prima di salire alla chiesa incontra Pina del Roveto con un braccio al collo.
Non lo saluta come sempre, ma si gira dall’altra e sputa per terra, e allora lui capisce. Mi viene sempre freddo alla schiena quando penso a questa cosa. Mia madre dice che le masche non esistono e che le hanno inventate i nonni per far star bravi i nipoti. Ma intanto la salita scollina e al bivio eccola là che ci aspetta, la vecchia corriera impolverata.
Borbotta in una nuvola di fumo acre, come un vecchio che tossisce piano in chiesa. Dietro i piccoli vetri appannati dai fiati, altri stanchi come noi,
sonnecchiano o sorridono. Qualcuna biascica un rosario.
Salendo ci avvolge una cortina di caldo, sudore, stalla e formaggio. Il se
dile morbido dopo sei chilometricon gli zoccoli e una gorba in testa sembra una poltrona del salotto buono. È un attimo che dormo.