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“La luna è nuova e si nasconde” racconto di Franca Benedusi

LA LUNA E’ NUOVA E SI NASCONDE

E’ una mattina di Ottobre e Pia è pronta per partire. Prende la busta, la apre, controlla che sia tutto a posto e la mette in seno. “ questo è il luogo più sicuro – pensa - nella borsa non si sa mai … magari cercando qualcosa mi salta fuori e rischio di perderla.
Sulla pelle mi darà un po’ fastidio , ma almeno non corro rischi.” Guarda fuori ed è ancora notte fonda. Prende il “lanternin” con calma lo accende e in punta di piedi si avvicina alla porta. Esce chiudendola alle spalle adagio adagio. Si ferma un attimo e ascolta: è tutto tranquillo. “ Posso andare … i piccoli non si sono accorti di nulla, meno male! Più tardi, quando si sveglieranno, Egle saprà distrarli e non piangeranno per la mia assenza. “ Imbocca la strada per San Benedetto Belbo e per fortuna la conosce bene perché il buio è così intenso da avvolgere ogni cosa.
La sua piccola lanterna fa tutto quello che può, ma più di tanto non riesce a dare. E’ troppo sola e troppo piccola per tagliare quelle fitte tenebre e vorrebbe in aiuto la luna, ma lei non c’ è perché è nuova e si nasconde. Mentre commina, Pia prova ad alzarla, ad abbassarla, ad allontanarla … cerca la posizione più favorevole per sfruttare al meglio quel tenue cerchio di luce, ma si convince presto che la sua piccola lanterna è al limite delle sue possibilità. “ Non mi farai tanta luce, però mi fai compagnia.
Quella macchia gialla riflessa sul fondo della strada, sembra scandirmi i passi e mi fa sentire meno sola. Questa parte di strada la conosco bene! Con tutte le volte che l’ ho fatta, quasi quasi, potrei percorrerla ad occhi chiusi. Quindi mio caro “ lanternin” stammi vicino! Ciò che mi offri mi basta. Quando arriverò là dove conosco meno, sarà giorno ed io ti lascerò riposare. Ti nasconderò nel mio cespuglio e ti riprenderò al ritorno. Non posso portarti sino a Mondovì … verresti a far nulla. Al ritorno, invece, mi sarai utile perché ti raggiungerò domani, al tramonto … almeno spero. “ “
Dovrei quasi essere dal bosco di Ciose - pensa Pia - chissà se mi conviene tenere la strada o prendere il sentiero che lo attraversa.” Facendo queste considerazioni sente le foglie scricchiolare sotto i suoi piedi. “ Ci sono , devo decidere! Se faccio il sentiero risparmierò tempo, non devo aver paura delle masche! Tutte storie. E poi … quella stupida diceria che il gigantesco e vecchio castagno, proprio all’ incrocio, lì all’ inizio del sentiero sia il loro posto di ritrovo … povera pianta! Solo perché è vecchia e col tronco spaccato dal fulmine … ne han fatto l’ albero delle masche.”
Cammina e sente aumentare sotto i piedi lo spessore delle foglie. Intravede il grande castagno e si ferma. Tutto attorno è silenzio e il buio intenso lo rende impressionante. Pia è indecisa e quasi trattiene il respiro. Appoggia una mano allo stomaco alla ricerca della busta e il suo fruscio sembra infonderle coraggio. Sceglie il sentiero e parte decisa.
Lascia alle spalle l’ albero delle masche e cerca di camminare il più veloce possibile . Le foglie cadute in abbondanza le nascondono totalmente lo stretto sterrato, ma i suoi piedi lo cercano e lo trovano tastando il terreno prima di appoggiarsi decisi. Arriva a metà del bosco e si ferma un attimo. “ Ora sono proprio nel punto più brutto - pensa - io comunque non ho paura; con tutto quello che ho passato … le masche mi fan ridere e poi … poi per i miei figli farei qualsiasi cosa.. farei guerra anche a loro se ci fossero. “ Sente alle spalle un colpo secco ed improvviso: si gira istintivamente dimenticando il buio intenso e non vede nulla.
Dopo pochi secondi lo stesso rumore si ripete dalla parte opposta. “ Ma chi è che vuole farmi paura? Nessuno sa che oggi vado a Mondovì. E poi … chi avrebbe il coraggio di spaventare una povera donna che affronta la notte per andare da sua figlia? Si assicura di avere sempre con sé la busta cercando con la mano il suo fruscio sotto la camicetta e riparte. I suoi piedi cercano decisi il sentiero.
Si infilano tra le foglie e le fanno volare ai lati lasciandosi dietro un piccolo solco. La fiamma della sua piccola lanterna fatica a mantenersi eretta. Il dondolio provocato dal braccio di Pia la fa ballare ora a sinistra, ora a destra e lei dimentica di fare luce e lotta disperatamente per non morire. Riflette a terra la sua paura con un lieve fascio di luce tremante ed insicuro.
A tratti emette fumo che espandendosi nell’ aria, arriva al viso di Pia e sembra dire : “ Vai piano! Non dondolarmi! Non aver paura ! I rumori che senti non son nulla. Se continui così mi spegni e non potrò più farti compagnia … il sentiero è ancora lungo, affrontalo con calma! “. Pia , come avesse avvertito i consigli della sua compagna di viaggio, rallenta l’ andatura. Tira un lungo respiro e cerca di tranquillizzare il suo cuore che , quasi impazzito, batte disperato. Alza la lanterna e per un attimo la tiene ferma. La fiamma si ricompone lunga ed eretta. La guarda un po’ e quella lingua di luce in quell’ immensità buia la rasserena.
Le dà coraggio e le fa pensare che questo brutto momento presto finirà perché verrà giorno, perché in fondo a quel sentiero c’è la strada, quella strada ancora tanto lunga, ma stupenda perché la porta a Mondovì.
Volge il volto in alto, quasi a cercare il cielo e in esso qualche bagliore, qualche piccola stella, qualcosa che rompa quell’ immensità cupa e sente un colpo forte in viso. Qualcosa la colpisce con violenza e ricade vicino a lei nascondendosi tra le foglie che quasi si lamentano per essere state toccate all’ improvviso. Pia rimane immobile e quasi non respira.
Non sa cosa pensare. Non sa cosa fare poi, istintivamente , si butta sulle foglie lì vicino, dove aveva sentito il rumore e cerca con la mano libera, cerca cos’ è che l’ ha colpita. Trova una castagna: un marrone stupendo, grande e con la scorza ancora umida perché appena uscito dal suo riccio.
Quasi sviene dallo stupore, poi si rilassa facendo un respiro così profondo da gonfiare il petto tanto da smuovere la sua busta adagiata sulla pelle. Tiene il marrone in mano e lo stringe così forte da farsi male. Lo schiaccia quasi volesse punirlo per averle fatto paura, poi, allarga la mano, lo guarda e come lui capisse gli dice: “ Con tanto tempo dovevi scegliere proprio questo momento per cadere? Ti piace tanto la mia testa? Desideravi il mio viso come primo impatto fuori dal tuo riccio?” Poi prende lo slancio e butta il marrone più lontano che può e soddisfatta lo ascolta ricadere e perdersi tra le foglie. “ Poi dicono le masche … le masche siamo noi, è la natura che ci circonda, son le circostanze, i casi … le coincidenze.
Chissà quanto manca all’ alba. Questo buio non lo sopporto più, sembra togliermi il respiro. Eppure se non partivo di notte come arrivavo a Mondovì al tramonto? Le giornate ora son più corte e i chilometri son tanti. Tre mesi fa, a Giugno, quando l’ avevo fatta con Mariarosa, le giornate erano lunghe e il sole ci aveva accompagnate per tutto il percorso. Mariarosa … chissà come sarà contenta questa sera quando mi vedrà … e come son felice io di vederla. Non è ancora un mese che è via e mi sembra un’ eternità.
La sera poi … quando vedo tutti gli altri ed il suo letto vuoto … Pia, lascia perdere! Vai avanti! ” Riprende a camminare e in breve tempo raggiunge la strada. I cespugli che la delimitano si fanno intravedere. Pia accelera il passo e di tanto in tanto li accarezza con lo sguardo quasi a ringraziarli della loro presenza. Arriva al Belbo ed è quasi giorno. Una nebbiolina tenue sembra alzarsi dal fiume ed espandersi attorno portando con sé il canto dell’ acqua. Pia è felice: imbocca la vallata e di tanto in tanto guarda lassù, in alto, sulla cresta di quella collina. Ascolta il canto e cammina. Sente la bocca asciutta e vorrebbe bere.
Quel sentiero buio … quei colpi improvvisi … quelle dicerie, le masche, il crocevia, l’ albero colpito dal fulmine, tutto messo insieme le aveva seccato la gola. Vorrebbe un sorso d’ acqua , ma non c’è . “ Potrei scendere nel fiume – pensa - ma perderei tempo. E’ meglio andare: a Marsaglia ci sarà ancora quella fontana, lì mi fermerò un po’. Poi … questa sete in confronto a quella!
Quasi mi fa ridere. Chissà come mai mi torna alla mente quella brutta cosa ogni volta che sento lo scrosciare dell’ acqua. Sono passati ventotto anni e mi sembra ieri … e, sì … son passati ventotto anni perché ora siamo nel 1947. Meno male che non ci sono più state epidemie come quella. “ Tornando con la mente a quel lontano 1919, Pia si rattrista.
Cammina e pensa a sua nonna. La “spagnola” gliel’ aveva portata via e lei era rimasta sola. A quattordici anni era diventata l’ unica donna di casa perché sua madre era morta dandola alla luce. “ Avessi avuto allora quest’ acqua vicina, mi sarei buttata dentro. Avevo talmente sete! Chissà, sarà stata quella brutta febbre.
Mi aveva persino fatto cadere tutti i capelli … però il tormento più grande era quella gran voglia di bere. Mi sentivo la gola arsa, la bocca senza un goccio di saliva … non avevo più neppure la forza di parlare. Nessuno mi ascoltava, erano convinti che, con la febbre così alta, l’ acqua mi facesse male. E’ stata l’ acqua a salvarmi … Io ne sono sicura. Povero nonno! Quando gli hanno detto che anch’ io sarei morta perché non c’ era più nulla da fare! … Lo vedo ora come fossi ancora in quel letto: lo vedo avvicinarsi con il secchio pieno d’ acqua, posarmelo vicino e sporgermi il mestolo. Vedo ancora quegl’ occhi lucidi che mi osservano mentre bevo … bevo … bevo.
Ho bevuto tanto da sentir l’ acqua uscirmi dalle orecchie. Nonno : tu volevi esaudire il mio desiderio perché pensavi fosse l’ ultimo ed io ti ho stupito. Ho bevuto tanto che mi son salvata. Ho annegato la spagnola. Nonno … sei stato tu a salvarmi! Quei tuoi occhi lucidi mi parlavano : io capivo. Non potevo morire a quattordici anni. La mia parte di sofferenza l’ avevo già avuta . L’ ho avuta lo stesso giorno che sono nata perché mia madre mi ha subito lasciata.
Che tristezza non avere l’ onore di vedere almeno una volta tua madre. Non poter mai pronunciare questa parola. Crescere così con la sensazione che ti manchi qualcosa … qualcosa di troppo importante e che nessuno potrà mai darti. Passare ore intere a pensare, ad immaginare, a studiare il suo volto, le sue mani, a sognare un suo abbraccio e sforzarti di sentire quel caldo che ti aiuta, che ti rasserena, che ti fa guardare avanti, che ti da coraggio e ti fa felice.
Avessi almeno una sua fotografia! Chissà se qualcuno dei miei figli le assomiglia. I miei figli … la mia vita. Loro hanno riempito quel vuoto del mio cuore ed io voglio vivere solo per loro. Voglio che abbiano tutto ciò che io non ho mai avuto. Per loro venderei anche l’ anima al diavolo. Andare da Mombarcaro a Mondovì a piedi e attraversare, di notte, il bosco delle masche e nulla al confronto di quello che saprei fare. Per loro mi butterei nel fuoco , farei qualsiasi cosa. Pensando a loro, sento crescere dentro di me una forza … una forza così grande che quasi quasi mi sembra di essere ad un palmo da terra.
Sento che nessuno può fermarmi e voglio, finché il Signore riterrà opportuno, vivere solo per loro. Dovranno avvertire la mia presenza sempre. Quando, appena nata, mi hanno messa vicino a mia mamma … lei non mi ha guardata, ha girato il viso dall’ altra parte e tra le lacrime ha chiuso per sempre gli occhi … io lo so … l’ ha fatto perché non voleva portar via nulla di me. Voleva che io rimanessi lì, che vivessi … ne sono certa.
L’ ho sempre sentito. In quel momento ha trasferito in me tutti i sentimenti che una mamma ha nel cuore. Voleva che io crescessi forte. Voleva che io vivessi quei momenti magici a lei negati. Io non ti ho mai vista, però ti assicuro: ti ho sempre sentita in me e con i miei sette figli ti ho fatto vivere quelle emozioni a te negate … almeno spero.” Pia è così presa dai suoi pensieri da non accorgersi di essere quasi arrivata nei pressi del suo cespuglio. Cammina veloce e la fiamma della sua lanterna segue i suoi passi piegandosi ora avanti e ora indietro.. Non fa più luce perché è troppo piccola al confronto dei bagliori dell’ alba. “ Potrebbe anche spegnermi! Ora non servo più. Sono stanca. Che viaggio mi ha fatto fare … una lotta continua per non morire.
Prima le masche, poi i ricordi, insomma un camminare inusuale. Vuoi vedere che è così presa dai suoi pensieri da non accorgersi che sta nascendo il giorno? Va a finire che mi porta a Mondovì e mi fa dondolare tanto da spegnermi di stanchezza. “ Uno scrollone improvviso scuote Pia. Un sasso dispettoso, più sporgente di altri, la fa inciampare e la obbliga a tre passi veloci per non cadere. La fiamma, sopraffatta dai movimenti bruschi e improvvisi, si spegne lasciando posto ad un filo di fumo che si espande portandosi dietro un odore di olio bruciato. Si ferma, guarda il piede che ha urtato la pietra, con la mano lo comprime in corrispondenza dell’ alluce e sente una fitta tremenda.
Posa la piccola lanterna a terra, toglie la scarpa e si massaggia il dito ferito quasi volesse mandar via quel dolore e invitarlo a tornare in forma perché la strada da fare è ancora lunga. “ Ti muovi bene, non sei rotto. Meno male. Ora ripartiamo e tu stai buono! Non farmi male! Io prometto … starò più attenta.” Pia si alza, vede il suo “ lanternin” spento, lo riprende e parte tenendo lo sguardo fisso al suo cespuglio poco lontano. “ Sono quasi a Murazzano - pensa - cinque minuti e sono in cima. “ Arriva sulla cresta con il sole. Volge lo sguardo in basso e vede le vallate delle sue colline segnate da fiumi di nebbia bianca.
Le cime delle Langhe sbucano ora qua ora là e i primi raggi di sole le illuminano con fasci di luce lanciati verso il cielo. Assopite ed un po’ sornione sembrano gioire nel sentirsi contese. Le prime luci dell’ alba le accarezzano e le vorrebbero tutte, ma quella nebbia dispettosa in parte le avvolge. Loro aspettano pazienti e sanno già che il sole vincerà.
Con i suoi raggi man mano trafiggerà quel fiume bianco e lo farà dissolvere rendendole libere e pronte ad affrontare un nuovo giorno. Pia le guarda affascinata, cerca la sua e riconosce il campanile mai visto così svettante verso l’ azzurro infinito. Sembra una vedetta , un guardiano coraggioso intento a proteggere la sua collina.
Fa un lungo respiro quasi volesse assaporare l’ aroma dell’ alba, il sapore del nuovo giorno … quasi volesse imprigionare in sé le promesse, le speranze, i desideri e la forza che il sole nascente annuncia ogni mattina illuminando ogni cosa. In questo momento sono lontana da tutti i miei figli - pensa - sei di loro sono là da quel campanile e Mariarosa è a Mondovì. Devo partire! Devo camminare veloce … voglio arrivare con il giorno. Prima arrivo e più tempo avrò per rimanere con lei ... ho bisogno di stare con lei. Devo assicurarmi che stia bene, che sia felice e che le piaccia il collegio. “ Si avvicina al cespuglio, appende la sua piccola lanterna all’ interno e delicatamente ricompone i rami ormai spogli in modo che rimanga nascosta.
Volge ancora una volta lo sguardo là dove i suoi figli dormono tranquilli e poi parte decisa. Il sole l’ accompagna: cammina nel cielo e le regala raggi sempre più tiepidi. Lei va veloce e quasi divora quella strada tortuosa a tratti pianeggiante e a volte scoscesa. Il sole è vicino alle montagne e i suoi raggi sembrano incendiare la grande cupola del Santuario di Vicoforte. Il colore verdastro del rame non si vede più.
Un bagliore intenso la avvolge e Pia la osserva felice perché sa che è quasi arrivata. Entra nel grande piazzale e cerca una fontana. Ha una sete impossibile. Quel pezzo di pane , mandato giù camminando, è ancora lì all’ inizio dello stomaco e ha bisogno di essere ammorbidito per andare avanti. “ Ora posso fermarmi a bere … sono quasi arrivata. “ Vede la fontana come un miraggio e già sente quel fresco in gola. Si china e con la bocca aperta cerca quel getto d’ acqua. Sente un fresco improvviso invaderle il seno: fa un balzo indietro e velocemente con la mano cerca la busta.
La trova, ma è tutta bagnata. Le prende il panico e il suo cuore batte impaurito. Posa la borsa a terra e con gli occhi non abbandona quel pezzo di carta che gocciola acqua. Le mani le tremano. Non sa cosa fare. Sente gli occhi gonfiarsi … sta un po’ così con quella busta bagnata in mano. Poi decide: in un secondo la apre, estrae il foglio, lo guarda, lo gira, lo guarda sul retro e quasi senza accorgersene esclama: “ Si legge, meno male! L’ acqua gli ha cambiato colore, ma non l’ ha annullato. Lo terrò in mano e camminando si asciugherà. Lo consegnerò appena arrivata. Non voglio più rischiare, che vita! Che caso! Fare tanta strada per consegnarlo … camminare un giorno intero e poi in un attimo quasi lo distruggo. Benedetta sete, sei presente in me in momenti particolari … chiami quell’ acqua, quell’ acqua che mi ha salvato la vita, ma in questo momento … che spavento! “ Cammina e con la mano, delicatamente, dondola il suo foglio verde.
Di tanto in tanto lo guarda e con piacere osserva che riprende il suo colore naturale. Il sole sta finendo il suo viaggio quotidiano. Si avvicina dolcemente alle cime dei monti e le tinge di rosso. Pia osserva compiaciuta perché sa che è arrivata. Mariarosa è vicina e il suo pezzo di carta verde è ormai asciutto. Si ferma, lo guarda bene e nota con piacere che le scritte riportate sopra sono rimaste nitide; solo il nome di Mariarosa, scritto con l’ inchiostro in un secondo tempo, sembra più grande.
L’ acqua l’ ha sfumato. Quasi ad accertarsi che sia tutto a posto lo legge forte: Consumatori da 1 a 19 anni, carta annonaria individuale, valida per i mesi da Novembre 1947 a Febbraio 1948, provincia di Cuneo, comune di Mombarcaro, rilasciata a: Benedusi Mariarosa, n° 3 , cedole di prenotazione, generi minestra, cedole prenotazione, pane, zucchero, grassi suini, burro.
Ripiega il grosso foglio verde, ma non lo mette più in seno perché la sua camicetta è ancora bagnata. Con cura lo depone in fondo alla borsa e lo sistema in modo che non si stropicci. “ Devi durare - pensa – e sì, devi durare sino a Febbraio del prossimo anno. Maledetta borsa nera! Non ci fossero i disonesti tu “tessera” non esisteresti. Io comunque avrei fatto ugualmente tutti questi chilometri perché devo vedere mia figlia. Le suore hanno bisogno della “ tessera “ per procurarle il cibo ed io non resistevo più.
Ho bisogno di stare un po’ con lei. E’ felice d’ andare a scuola, lo so; in futuro vorrà fare la maestra ed io farò di tutto per realizzare il suo sogno. Spero solo che in futuro non ci sia più il razionamento dei generi alimentari. La guerra è finita da due anni e con la tranquillità spariranno i disonesti. Lavoreremo tutti, tutti avranno i soldi per comprare il pane, o meglio: ci sarà il pane per tutti. Così deve essere e sarà di certo così.
Ne sono sicura, lo sento … i miei figli … i miei figli saranno più liberi.” Pia attraversa Mondovì Piazza, prende Via Delle Scuole e quasi senza accorgersene si trova davanti al collegio di sua figlia. “ Sono arrivata … grazie al cielo! “ Si ferma un attimo, fa un lungo respiro e ha l’ impressione di essere senza forze. Improvvisamente le sue gambe sembrano cedere.
Il suo alluce , urtato con la pietra, incomincia a protestare comprimendo la scarpa come volesse scoppiarla. Pia si passa una mano sui capelli, poi si sistema il colletto della camicetta, guarda il suo piede ferito e sembra dirgli: “ Fai pure, protesta! Ora sono arrivata.
Mariarosa è qua, tra un attimo la vedo e stanotte sarò con lei! Domattina, però, farai il buono e mi porterai a casa perché gli altri figli mi aspettano.”
FRANCA BENEDUSI