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Seconda “Pastiglia Valda” di Graziella Culasso: Concerto per bratte e ciance (Allegro andante)

 È una fredda sera di ottobre o forse è già novembre: quelle bave di nebbia che si appiccicano ai fianchi delle colline annunciano l'inverno. Il cielo nuvoloso è ancora più cupo per l’assenza di stelle ed è gonfio di umidità. Ma nel cortile della cascina del Bricchetto non è una sera come le altre: troneggia al centro dell’aia un cumulo enorme di pannocchie di mais. Ancora gelosamente custodite tra le bratte cartacee, attendono l’assalto unanime di decine di mani pazienti.

La “spogliatura” libererà migliaia di fusi dorati che non avranno destino migliore, se non finire nel paiolo da polenta o nel gozzo di qualche gallina di buon palato. Tutti in circolo, chi seduto per terra e chi su sedili improvvisati, le donne avviluppate alla meglio in scialli e sciarpe, gli uomini ricurvi nelle pesanti giacche con il bavero alzato.
Armati di chiodi e punteruoli, ad un tacito cenno, aggrediscono quei fusi impacchettati, lacerandoli per liberare le pannocchie. Ben presto quest’unica nota di foglie secche calpestate, non diventa che sottofondo al brusio ed al chiacchierio. Il vino scalda i cuori e scioglie le lingue, le voci si fanno sempre più alte. -Allora Angiolina, questi confetti li mangiamo ancora di quest’anno o dobbiamo aspettare il venturo? - Gina che è la più vecchia e la più curiosa è da più di un’ora che ha quelle parole in bocca. Ma Giacinto che non perde la speranza, anche se non ha carte in mano, gliele strappa dai denti e le scaglia per primo. -Tacete Giacinto, non sapete dire che sciocchezze! – risponde Angiolina, arrossita fino alla punta delle orecchie.
Ormai tutti sanno che lei e Baldino della Casa Vecchia si parlano, mentre lei avrebbe voluto tenere ancora un po’ la cosa per sé, almeno per adesso. Dopo stasera invece, la notizia galopperà da una casa all’altra, scenderà la collina fino al paese, lasciando non pochi increduli. Lei, la bella Angiolina, aveva detto a tutti che la contadina non l’avrebbe fatta, che sarebbe scesa in Alba appena maggiorenne, e lì avrebbe lavorato in un Caffè.
Non avrebbe ripetuto la vita di sua madre a portar su acqua dal pozzo, a raccogliere erba per i conigli e a mettere al mondo figli, uno dietro l’altro. Ed ora è lì, in mezzo a quel tramestio di voci, alcune già grosse per il vino troppo buono, imbacuccata fino ai denti a spogliar meliga e spiare di sottecchi il suo Baldino. Lui è seduto dalla parte opposta, ancora quasi non si vede dietro il mucchio di granturco, ma al cuore basta una scheggia per mantenere un fuoco.
Angiolina nei suoi pensieri rincorre ancora le luci sfavillanti riflesse sui marmi tirati a lucido dei banconi e la gente vestita a nuovo che passeggia in Via Maestra, un mondo lontano anni luce dal quel cortile polveroso. Ma il bollore dei baci rubati da Baldino dietro la chiesa non ha che un destino.
Anche se sa che ad Alba ci andrà, ma solo al mercato, e una volta ogni morte di papa. –Angiolina! Ohé! Testa nelle nuvole… lesta, vai vedere se son pronte le castagne! - tuona la madre dal fondo della fila delle donne, strappandola dalle sue fantasie. – Qui la sera è ancora lunga. Con quest’umidità c’è da veder le masche -. Presto nell’aria si diffonde il dolce aroma delle caldarroste, pronto a rincorrere quello del vino novello, agro e fruttato.
Intanto i bambini, rimasti finora fuori scena, saggiata la consistenza del mucchio di sfogliature, danno inizio ai loro giochi sfrenati a colpi di tuffi in tutti gli stili, incuranti dei richiami delle madri. Domani saranno senz’altro uno starnuto ed un prurito continuo, ma un’occasione così bisognerà attenderla di nuovo per un anno. Per le bambine invece, è arrivato il momento di rifare la parrucca alle bambole di stracci, giunte quasi calve a questa stagione.
Non c’è materia migliore delle barbe sericee che sporgono dalle pannocchie, con lo loro infinite sfumature. Quando poi la stanchezza abbassa i volumi e stacca la spina ai bambini, ecco che dalla cucina esce un pentolone fumante. Le castagne bollenti scoppiettano ancora, anche se il fuoco è lontano, e son pronte a scaldare le mani e lo stomaco, a zittire le bocche pettegole.
L’assalto dura poco, ognuno torna al suo posto, e con un po’ di quel tesoro rovente in fauda riprende a scartocciare, mentre sfoglia la meliga spela castagne, e sfoglia e mangia e intanto parla, per non perder tempo. Qualcuno invoca da bere con la bocca impastata. Che le castagne si sa, chiamano il Dolcetto. E intanto la notte chiude a cornice questo quadro bucolico, illuminato dalle lampade a petrolio.