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“E' inutile nascondersi” racconto di Franca Benedusi

E’ un freddo mattino di Gennaio del 1944. Pia, china davanti alla stufa con lo sportellino aperto, soffia ripetutamente su quei pezzetti di legno che stentano ad incendiarsi. Deve scaldare la cucina e deve preparare la colazione per Mariarosa. Dopo vari tentativi, finalmente si sviluppa un bel focherello e i rametti incandescenti, scoppiettando, intaccano con la loro fiamma i pezzi di legna sovrastanti.
Pia richiude lo sportello e, soddisfatta, prende il pentolino del latte, lo riempie e lo appoggia alla piastra che, generosa, inizia ad espandere calore. - Devo chiamare Mariarosa - Pensa - sono già le sei e mezza e se non mi sbrigo arriverà tardi a scuola. Povera figlia, è così esile e buona. – Mariarosa ha dieci anni ed è piccolina rispetto alla sua età. E’ bruna con due occhi neri ed è bravissima a scuola. - -- Mariarosa … Mariarosa … - - - Sì mamma, arrivo. – Mariarosa scende in cucina, si siede davanti alla scodella di latte fumante e con il cucchiaio sembra giocare con il sottile strato di panna appena formatosi. - Mariarosa, figlia mia, non giocare , mangia! - - Mamma non ho fame. – - Se non mangi come fai a fare due chilometri e ad avere la forza di ascoltare per quattro ore le spiegazioni della maestra? - - Ma … mamma perché noi più alti dobbiamo arrivare fino a Mombarcaro per andare a scuola? - - Semplice Mariarosa, perché qui a Lunetta c’è solo fino alla quarta.
Comunque è meglio così. A Mombarcaro, voi di quinta, avete una maestra tutta vostra. Può seguirvi bene. Avete anche la fortuna di avere la signora Patrone ; vedrai Mariarosa come ti tornerà utile tutto questo. Ora spicciati altrimenti gli altri vanno e tu dovrai fare la strada da sola . – - Mariarosa … Mariarosa … - - Sì, si Maria … sono pronta arrivo! - Mariarosa e Maria partono. Arrivano al centro della frazione e Annamaria è già lì ad aspettarle. Manca solo Beppe, ma pure lui è già con la cartella in mano, in mezzo alla strada, pronto ad unirsi al gruppo. Ci sono tutti. Infreddoliti e un po’ assonnati prendono l’ accorciatoia e, chiacchierando del più e del meno, quasi senza accorgersene , arrivano a Mombarcaro. La piazzetta antistante la scuola è gremita.
Sono, infatti, trentuno i bambini che frequentano la quinta. Diligentemente entrano in classe e, occupando ordinatamente ognuno il proprio posto, si preparano a seguire la lezione che la maestra ripete ogni giorno con tanto amore, entusiasmo e impegno. Sono le dodici, la lezione è finita. La signora Patrone saluta i suoi alunni rivolgendo raccomandazioni particolari ora ad uno ora all’ altro a seconda dei casi e delle necessità. Il cielo terso è di un azzurro stupendo e i raggi del sole, illuminando la piccola piazza, regalano una dolce sensazione di caldo.
Mariarosa si avvia al muretto sul fondo della piazza. Appoggia la cartella e guarda lontano. - Quelle sono le Alpi marittime - pensa - e poi rivolgendosi alla compagna dice - Guarda Maria, guarda come si vedono bene la Bisalta, il monte Moro, la Tura, il Pigna … - - Sì … sì … è bello , ma io ho fame, andiamo! Piuttosto dove sono Beppe e Annamaria? – Mariarosa si gira lasciando quella meraviglia alle spalle e vede Beppe spintonare Carlo. - Vieni Beppe! Stai buono e cerca Annamaria! - I quattro sono vicini e gli altri man mano si allontanano dirigendosi ognuno verso la propria frazione.
Improvvisamente si sente un rumore. Mariarosa si gira, guarda sotto, nella strada, e vede quattro camion pieni di tedeschi. Procedono ad andatura lenta e i raggi del sole fanno luccicare i loro elmetti evidenziandone un gruppo numeroso. - I tedeschi … I tedeschi … cosa facciamo? – Per un attimo i quattro rimangono in silenzio, poi Maria, la più vecchia, dice : - Non dobbiamo fare nulla di particolare. Andiamo a casa come se non li avessimo neppure visti. Dobbiamo, però, camminare adagio e non scappare veloci dimostrando paura . – - Va bene - risponde Beppe – andiamo pure. – - Non possiamo ritornare a casa insieme - dice Annamaria - Devo prendere la bottiglia vuota dalla signora Panero. E tu Mariarosa , non passi a salutare tuo nonno? Lo fai tutti i giorni no? - - Sì è vero, passo dal nonno, lo faccio sempre, lui mi aspetta. Vieni con me Maria ? – - Sì, sì vengo. Dai andiamo! Ti accompagno, però, solo per un saluto perché … te l’ ho già detto che ho fame! – I quattro si dividono.
Annamaria va dalla signora Panero, Beppe si avvia da solo verso casa e Maria e Mariarosa passano dal nonno. I tedeschi intanto procedono verso Niella Belbo, ma lo fanno lentamente fermandosi ad ogni piccolo incrocio. Mariarosa, in compagnia di Maria è dal nonno: lo trova in salute e tranquillo. - Non si è accorto dei tedeschi – pensa - meglio così, altrimenti non ci lascerebbe andare a casa . – Lasciato il nonno, si incamminano veloci, ma senza correre e, arrivate sotto il camposanto, vedono i tre camion fermi proprio davanti alla deviazione per Lunetta. Dovranno passare in mezzo a loro perché il sentiero scelto non aveva altri sbocchi. - Cosa facciamo Mariarosa? Ci fermiamo qui e ci nascondiamo dietro questo cespuglio o proseguiamo come niente fosse? – Mariarosa ha paura, ma ha pure tanta voglia ti tornare a casa . - Andiamo Maria! … E’ inutile nasconderci. – Le due, tenendosi per mano.
Riprendono a camminare. Gli occhi son fissi a quei camion fermi e a quegli uomini in divisa che si aggirano osservando le due frazioni che, anche se lontane, da quel punto si vedono benissimo: Lunetta e Costalunga. Mariarosa è preoccupata. Aveva visto altre volte i tedeschi, ma in quelle circostanze aveva vicini mamma e papà. Per prendere coraggio, ogni tanto, distoglie lo sguardo da quegli elmetti luccicanti, cerca Lunetta e in Lunetta cerca la sua casa.
La vede laggiù in quella piccola collina a forma di luna, lontana, troppo lontana per darle un po’ di sicurezza. - E’ meglio se cammino e non guardo nulla. Tutto mi rattrista. – A fatica trascina i piedi, le sue gambe sembrano paralizzate e sembrano rifiutare di portarla là, in mezzo a quegli uomini in divisa. Stringe forte la mano di Maria come a cercare un aiuto, una conferma, un’ approvazione a ciò che sta facendo. - Forse era meglio rimanere con il nonno – dice mentalmente e intanto osserva alcuni mucchietti di neve che, sotto i tiepidi raggi di sole, si sciolgono formando piccoli rigagnoli.
In alcuni punti il fondo del sentiero è fangoso. In altre circostanze avrebbe cercato di schivare queste pozzanghere: ora non le importa nulla. Il fango imbratta i suoi zoccoli nascondendone il lucido nero della pelle e nel contempo li inumidisce provocandole una sensazione di freddo ai piedi. Lei cammina e quasi non lo sente perché il suo pensiero è fisso a quei militari nemici che sembrano essere lì apposta ad aspettarla.
Un venticello lieve le accarezza le guance, le muove i capelli, glieli porta sugli occhi e sembra sussurrarle : - non guardare! Non aver paura! Cammina lentamente! Passerai tra loro … non ti diranno nulla , potrai proseguire e arrivare da tua madre. – Arriva in mezzo a loro. Stringe più di prima la mano di Maria e, con il cuore che sembra voler saltare altrove, si ferma. Guarda in basso, vede gli stivali lucidi dei tedeschi, li osserva e ne vede tanti. Sono disposti a cerchio attorno a lei e,anche volesse correre via, ora non le sarebbe più possibile. Rimane immobile.
Chiude gli occhi quasi ad illudersi di essere lontana. Una voce con accenti duri, ma non cattiva la sorprende. Guarda in alto e vede il viso del tedesco che le parla. Lo osserva muta. Non capisce e non può rispondere. Ascolta la sua voce quasi per rispetto, ma la sua mente è lontana : è a Lunetta vicino ai suoi. Quei minuti sono interminabili e quei suoni incomprensibili sembrano ferirle i timpani. Non ce la fa proprio più, lascia la mano di Maria e si stropiccia gli occhi. Vuole togliere quelle lacrime dalle sue guance.
Vuole dimostrare che è tranquilla, che è lì perché è stata a scuola e deve tornare a casa. Sente una parola secca quasi urlata. Si volta verso il tedesco che ha emesso quel suono incomprensibile e lo vede girato verso Mombarcaro con il braccio teso e l’ indice puntato. Istintivamente guarda lassù e vede Annamaria. Annamaria era passata dalla signora Panero.
Lo faceva ogni giorno. Al mattino , prima di andare a scuola, le sporgeva il latte fresco e all’ uscita ritirava il vuoto. Arrivata sotto il camposanto, vede i tedeschi e le sue amiche in mezzo a loro. Si ferma e non crede ai suoi occhi. I camion nemici li immaginava ormai lontani, quasi a Niella Belbo e le sue amiche tranquille sul percorso di casa. Controlla bene, scruta attentamente e si sofferma sulle due amiche che vede immobili, circondate, quasi prigioniere. - Devo correre! Devo cercare qualcuno.
Non devo permettere che prendano anche me. Attraverserò i campi che mi portano ai boschi vicini, in mezzo alle piante non mi troveranno più. Uscirò a Rian di Roich e in un attimo, di lì, sarò a casa. – Annamaria è alta. Ha solo dieci anni come le sue amiche, ma ne dimostra di più. Inizia a correre come una forsennata. Conosce bene i campi che sta attraversando e varia la traiettoria evitando in questo modo i punti più difficoltosi. In brevissimo tempo è in linea retta con i tedeschi.
Mariarosa la guarda e non sa cosa pensare. E’ stupita. Non riesce a capire perché si sia messa a correre. Lei stessa diceva sempre di non farlo se si incontravano i tedeschi perché, in questo modo, li insospettivi. La segue con gli occhi , non perde un suo balzo, una sua falcata. E’ contenta per lei perché la vede libera e non circondata da freddi stivali. Un tedesco si allontana dal gruppo, si avvia nella strada che porta a Lunetta e percorre velocemente la prima parte, quella che punta verso i boschi.
Si ferma dove, con un’ ampia curva, la strada gira verso la frazione. Impugna il fucile. Lo punta verso Annamaria e spara. Annamaria cade a terra e non si muove più. Il tedesco non abbassa il fucile e lo tiene sempre rivolto là, dove lei è immobile. Rimane così per alcuni minuti. Annamaria è sempre immobile. Il tedesco abbassa il fucile, torna indietro e rientra nel gruppo. Mariarosa si sente morire. Le sue gambe tremano e le sue orecchie le ripetono insistentemente quel colpo.
I suoi occhi sbarrati non abbandonano quella macchia nera. I tedeschi salgono sul camion e se ne vanno . Lei non se ne accorge, non sente altro che quello sparo e nei suoi occhi è rimasta fissa quell’ immagine della sua amica che cade formando una macchia nera che non si muove più. - Mariarosa … Mariarosa … - Maria prende le braccia di Mariarosa e la scuote violentemente sino a farla esplodere in un pianto disperato. - I tedeschi non ci sono più … Andiamo! Dai, muoviti!. – Mariarosa proprio non capisce. Non si muove. Maria afferra la sua mano e quasi la trascina. Si dirigono verso Annamaria. Mariarosa ora riesce a camminare, segue l’ amica, ma non guarda dove va, non può farlo: i suoi occhi sono gonfi di lacrime. Arrivano dalla macchia nera, ma Annamaria non c’è più. C’è solo un po’ di neve macchiata di rosso.
Fanno ancora due passi, guardano sotto e la loro amica è lì in una pozza di sangue. Iniziano a urlare con tutta la voce che hanno in gola alternando grida di aiuto a pianti disperati. Annamaria le guarda per un attimo: non parla, non piange, poi richiude gli occhi e riappoggia la testa sulla neve. Il suo viso è bianco come il “cuscino” sul quale sembra riposare. Le sue gambe sono distese e una grande macchia rossa le avvolge.
Mariarosa la guarda e non riesce a fare nulla. Quella macchia di sangue che continua ad espandersi sembra avvolgere anche lei. Sembra soffocarla. Sembra schiacciarla. Le provoca dolore, un dolore inspiegabile , un dolore che ti annulla, ti blocca e ti fa sentire disperata.. La sua mente è un via vai di immagini che le appaiono disordinatamente.
Ora gli elmetti luccicanti, ora gli stivali allineati, il fucile puntato, quei tre camion … Quello sparo, quel tonfo … Quel non muoversi più. - Mariarosa … Mariarosa … Corri, corri! Non c’è tempo da perdere, svegliati! - dice Pietro. Il sentire quella voce adulta, conosciuta, quella voce di uno di Lunetta, la voce dell’ amico di papà, diminuisce un po’ la sua disperazione. Pietro, dalla vigna, aveva seguito il tutto e, con una corsa impossibile, aveva raggiunto Annamaria. La situazione è grave, se ne rende subito conto. La gamba è stata oltrepassata dalla pallottola, lasciando una grave ferita: una ferita grande come il palmo di una mano. Mariarosa e Maria non hanno ferite, ma il loro cuore soffre quasi fosse stato pure lui colpito. - Vai Mariarosa, vai dal nonno e digli di cercare il dottor Aguzzi! E’ il più vicino, anche se non esercita più, verrà e saprà dirci cosa fare. Non c’ è tempo da perdere, andate! Andate! Io porto Annamaria a casa. - Ma Beppe, Beppe dov’è? – continua Pietro guardandosi attorno. - Beppe è a casa - risponde Maria - è partito prima di noi da solo. – - E’ partito prima? – - Sì, sì … poco prima. – - Oh mio Dio! – Esclama Pietro. – Quel colpo, quel primo sparo, adesso capisco … Correte, chiedete aiuto! Bisogna cercare, dobbiamo trovarlo, bisogna fare in fretta. Mariarosa, dì al nonno che mi mandi qualcuno in questa zona … a cercare … io devo portare Annamaria a casa. – Beppe è poco lontano, sotto un muro, il muro che aveva saltato per sfuggire al tedesco che gli sparava.
Anche lui, come Annamaria, si era messo a correre. Era solo e la paura provata nel vedere quei militari fermi proprio sulla strada per casa sua, l’ aveva spinto a scappare, correndo il più veloce possibile. Anche lui aveva deciso di attraversare i campi, di raggiungere i boschi e di lì tornare a casa. Quel tedesco crudele l’ ha visto, l’ ha seguito, l’ ha puntato e gli ha sparato. Quel muro di pietre fatto per sorreggere la terra delle sue dolci colline gli ha salvato la vita.
Non ha esitato, non ha avuto paura della sua altezza, si è buttato sfuggendo, così, quella pallottola che, sfiorando i suoi capelli con un sibilo tremendo, si è dispersa lontano. La neve sottostante, ancora copiosa perché al riparo dai raggi del sole, lo ha accolto ammorbidendole l’ impatto e quasi lo nasconde. E’ ancora lì, abbracciato dalla neve, senza ferite.
Il muro gli nasconde quei camion, quelle brutte divise e quei fucili. - Rimango qua - pensa - non mi troveranno. – All’ improvviso sente un secondo sparo. Quel colpo lo coglie di sorpresa. Gli provoca un sussulto. Si rannicchia di più e un tremore malvagio lo invade. Si sente perduto: appoggia la testa alle ginocchia e piange. Le lacrime accarezzano le sue guance con un lieve tepore e quel tepore quasi gli fa piacere perché ha freddo, ha paura e ha l’ impressione di essere precipitato in un lago ghiacciato.
Non vuole più sentire … non vuole più vedere, la sua mente vola lontana, a Lunetta, a casa vicino a sua mamma. Quel pensiero gli strappa un singhiozzo e ne cerca altri, ma lui li soffoca chiudendoli in gola. Deve rimanere lì, in silenzio, nascosto e immobile quasi fosse parte integrante di quella neve bianca che gli è amica. - Beppe … Beppe … Beppe … - Solleva leggermente il viso. - Beppe … Beppe … - Scatta in piedi. Non crede alle sue orecchia. Si stropiccia gli occhi. Si guarda intorno e crede d’ impazzire. Una figura lontana si aggira ansiosa soffermandosi ora qua e ora là, per ripartire subito e soffermarsi ancora. - Beppeeeee … Beppeeeee … - Questo nome, il suo nome urlato in quel modo disperato gli accarezza i timpani , gli allarga il cuore, gli strappa quei singhiozzi da troppo tempo soffocati in gola.
Quei singhiozzi che, volando veloci, raggiungono quella figura quasi impazzita sussurrandole: - Calmati! Seguici! Ti portiamo da tuo figlio … E’ salvo. Raggiungilo in fretta! Ha bisogno di te. – - Franca, ma stai piangendo? – - Io? No, no Mariarosa; non sto piangendo , mi è andato un po’ di fumo negli occhi … queste maledette sigarette! - - Sì, sì, il fumo, ma scusa Franca: posso farti una domanda? - - Dì pure sorella mia! - - Perché hai voluto che ti raccontassi questo fatto? Sono passati talmente tanti anni, e poi eri piccola quando è accaduto, avevi appena due mesi. – - Avevo solo due mesi, però, c’ ero! Chissà, a modo mio avrò anche sofferto.
Comunque voglio dirti una cosa: ieri sono stata a Lunetta. Vado spesso sai? Lunetta per me è ossigeno, ero lì e sai chi ho visto?. – - Chi hai visto, Franca? … Beppe, Maria ? - - Ho visto Annamaria. – - E le hai parlato? Dimmi … come sta ? Cosa ti ha detto? - - Mariarosa calmati! L’ ho appena salutata; sai … non la conosco molto: è sempre stata via. In tutta la vita l’ avrò vista tre volte. E … sai Mariarosa: quell’ abito nero, quell’ abito da suora, le sue lauree , le alte cariche conferitele mi mettono in soggezione. Poi quel suo modo di camminare claudicante mi fa soffrire. Se penso a lei , o la vedo, immancabilmente, mi torna alla mente la guerra, i tedeschi, i partigiani, le vostre sofferenze e soffro anch’ io. Franca Benedusi Racconto tratto dal libro LA LUNA NUOVA SI NASCONDE.