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Terza “Pastiglia Valda” di Graziella Culasso: Il ritorno

Virginio il Rosso è tornato dalla guerra. Ma la guerra è ormai finita da tempo. Avevano detto che era morto durante la ritirata dalla Russia, nessuno lo aspettava più. Ma lui un mattino di Maggio compare in fondo al cortile. Tutti guardano con disprezzo quella lingera vestita di stracci, curva, due occhi spenti in un groviglio di barba, capelli e pidocchi. Solo Titi il bastardino mezzo cieco lo riconosce e gli corre incontro. Allora Gilda capisce, un grido le soffoca in gola, lascia cadere il cesto con le uova e gli corre incontro. Quasi cade per le ginocchia molli dallo spavento e dall’emozione. Chiama Tonio, il marito. E’ nella stalla ad accudir le bestie, chissà se avrà sentito.

E poi lo abbraccia, l’odore è insopportabile, ma nella sua povera vita ha sentito di peggio. - Ci hanno detto che eri morto, ma questo è sicuramente un miracolo. L’inferno in cui ti hanno mandato ti ha risputato indietro e Dio ti ha dato un’altra occasione -. Lui fissa un punto lontano oltre le sue spalle mormorando – Dio l’ho lasciato là da dove son tornato - quelle parole gli bruciano in gola da anni, ma non aveva nessuno a cui dirle. - Non ho potuto portarmelo dietro, il suo giudizio è un ancuisu che mi porto sulle spalle-.

E con queste parole si accascia sorretto dalla sorella e finalmente piange. Piange le lacrime di cinque anni. Piange le lacrime degli orrori che ha visto in una guerra che altri hanno voluto. Ha visto ragazzi e uomini come lui cadergli davanti agli occhi senza sapere perché lui era lì o perché loro erano lì. Molti anni dopo gli daranno una medaglia e gli diranno che è Cavaliere, che ha servito la Patria con onore, ma quella spilla non basterà a richiudere lo squarcio che ha nell’anima. Da quell’antro tutte le notti usciranno i peggiori demoni a popolare i suoi incubi.

Anche Tonio il cognato intanto arriva. Lo guarda sbalordito. Lo abbraccia, ma da quell’uomo pratico che è non si perde in smancerie. Bisogna subito fermare i pidocchi e la scabbia, prima che sia troppo tardi. Corre a cercare la macchinetta per i capelli. Un po’ di petrolio da passare dopo e urla a Gilda: - Prepara la tinozza piena di acqua calda e scioglici dentro del marsiglia. I vestiti li bruciamo in fondo al cortile… e passati le mani con lo spirito dopo che glieli hai tolti… ah… e portagli subito un bel cicchetto di branda che gli dia un po’ di ardimento!-

Il mondo intorno si offusca come in una cartolina dimenticata alla pioggia. La nebbia del tempo gli entra negli occhi e gli offusca i pensieri. Solo quando lo immergono nella saponata, il bruciore delle piaghe lo riporta alla realtà. Passato il dolore iniziale, il caldo avvolgente dell’acqua lo porta indietro negli anni. – Durante la ritirata eravamo in quel deserto di ghiaccio interrotto solo qualche scheletro di albero. Ad un certo punto ho capito che non sarei sopravvissuto, l’inverno infinito di quei posti era appena iniziato e già il ghiaccio scrussiva sotto gli scarponi come da noi ai giorni della merla. Il vento freddo entrava nei polmoni, toglieva il fiato e ghiacciava le parole. Nessuno parlava più, neanche per lamentarsi per la fame o il dolore. Cadevamo come le mosche per febbre e diarrea. Non avevamo cibo, i più parsimoniosi avevano ancora qualche pezzo di pane secco tesoreggiato in momenti migliori, i meno fortunati masticavano a vuoto per placare i morsi della fame. Qualcuno iniziò a mangiare la carne dei morti. – Lo sguardo al confine tra pietà ed orrore lascia in sospeso a tutti una domanda sola – No. Io mi sono rifiutato, tanto la morte sarebbe arrivata comunque, almeno andarmene senza quel mostro in più sulla coscienza - risponde alla domanda non pronunciata ed un vento di sollievo toglie un peso dall’aria.

-Quasi allo sfinimento, prima di sedermi e dormire il mio ultimo sonno, ho visto in lontananza una luce ad indicare una cascina, un po’ di fumo si intravedeva, ma la pianura lasciava pensare ad una distanza infinita per le mie gambe prive sostegno. Ma ho pensato che ci dovevo provare, al massimo anziché morire qui sarei morto a bastonate là, o morso dai cani, o nella pianura ghiacciata che mi separava dalla salvezza. Non ricordo cosa è successo. So solo che mi sono svegliato in una stalla. Un uomo e una donna mi guardavano terrorizzati. La ragazza mi fissava tra lo schifato e l’incuriosito, mentre le due bambine ridacchiavano e bisbigliavano -. Il ricordo di quell’isba ai confini con la Polonia, dove per due anni ha trovato rifugio, torna prepotente.

L’odore del fieno, il caldo della stalla, il cibo caldo alla sera dopo aver lavorato tutto il giorno ai fieni o a tirar l’aratro. La fatica sotto il sole e al freddo, per un pasto caldo e un letto di paglia. Eppure è per quello che adesso è qui a raccontare. Poco è servito a tanto, adesso che ci pensa non era poi così poco.

Al pensiero si sostituisce il racconto: il rifugio, la decisione di partire, il fagotto per il viaggio, con pane e formaggio, che la figlia della padrona gli porge prima di voltarsi a nascondere una lacrima. Umido sigillo a qualcosa che non è mai nato, che non è mai stato. Sarebbe potuto essere, se solo lui non fosse venuto da quel luogo di ombra. Poi il ritorno: chilometri di fango, ghiaccio, polvere, traversine di binari che si inseguono tra le fessure del pavimento di un carro bestiame. Poi ancora polvere, montagne prima roventi, poi ghiacciate, spaccate dai fulmini. Al riparo dalle piogge sotto frasche di pino. Poi finalmente il treno, quello vero, anche se pieno e sporco, è un biglietto per il paradiso. Per ultima la salita dal paese: tre chilometri in cui ha contato cinquemilacentoventitré passi. E finalmente a casa.

Ora l’acqua della tinozza è ormai fredda, è tempo di chiudere quella porta sul passato e pensare al domani. Suo padre buonanima avrebbe voluto piantare una vigna di Barbera sulla punta di quel bricco che da dietro la casa domina il cortile. Non ce l’ha più fatta. Ora tocca lui portare avanti quel sogno. – Tonio, per favore, oggi martella bene i picconi che domani iniziamo a squarsare il bricco del fagiano. La vita va avanti. -