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Quarta "Pastiglia Valda" di Graziella Culasso: L'oro nell'aia

È ancora buio in questa mattina d’estate. Mentre nell’aria aleggia pesante la promessa di una giornata bollente, il borbottare sommesso del Nuffield che risale la collina trainando la trebbia, diventa via via più forte e va a coprire il canto del gallo e i muggiti dei buoi impazienti davanti alle mangiatoie ancora vuote.

Il tempo di buttar giù dal fienile due forcate di quello buono, per quelle anime impazienti, che il fracasso del trattore a testa calda invade l’aia. Nell’aria fresca del mattino si diffonde la nota acre del grasso e del petrolio quando il macchinista dedica agli ingranaggi gli ultimi ritocchi.

Man mano che il giorno si apre, sopraggiungono a piccoli gruppi, uomini e ragazzi delle cascine vicino. Chi è a piedi e chi è in bici, con le camicie appena buttate sulle spalle, ad annunciare una giornata torrida e faticosa. Qualcuno si porta dietro un tridente di scorta.

Battista cammina veloce in fondo all’ultimo drappello, a chiudere lo segue arrancando Ginio del Pilone, ormai troppo vecchio per queste cose, con il nipote Sandrino, lui ancora troppo giovane. Battista li aspetta, ha questa cosa da dirgli che gli frulla nel cervello, e quando senza fiato Ginio lo raggiunge, lui gli sussurra – Ehi Ginio, vai piano che tanto cominciano anche senza di te. Volevo dirti se hai sentito della settimana scorsa in Val Tinella di quell’uomo, che adesso non mi ricordo il nome, caduto nella trebbia mentre battevano il grano. Che brutta faccenda, ha lasciato una moglie con tre figli, di cui due non camminano ancora. Tieni d’occhio il tuo Sandrino che lui vuol farsi vedere già un uomo, ma ha ancora la testa nel mondo dei sogni. Cerca di mandarlo ai sacchi, è meglio che stasera abbia mal di schiena piuttosto che…- Poi accelera il passo, che se possono iniziare anche senza il vecchio Ginio, senza di lui non si muove un covone.

Ai primi guizzi di sole nel cortile ormai animato, la trebbia dà un primo tremito stonato, qualche ancheggiamento sgraziato e poi inizia la danza sincronizzata dei crivelli con i pistoni del vecchio motore, che dopo i primi sbuffi parte con il suo fragore assordante. La fauce aperta è pronta ad inghiottir covoni. I compiti si assegnano veloci, qualcuno ai sacchi, chi li lega, chi li porta nel granaio e chi li sistema. Qualcuno si occupa della paglia. Mentre a turno si alternano le squadre assegnate a buttare i covoni nella trebbia, il lavoro più faticoso e più pericoloso. Non deve calare l’attenzione, il piede ben fermo, la presa salda, l’equilibrio solido. I ragazzini, non ancora buoni per i lavori pesanti, vengono caricati di cavagne con bottiglie d’acqua vichy e bicchieri, avranno il compito di abbeverare i lavoranti. Per chi è a terra arriva anche un po’di vinello allungato con acqua e aceto per spegnere la polvere in gola.

Tempo per parlare non ce n’è, la fatica fa da sovrana. Al massimo ai più grezzi scappa qualche bestemmia coperta dal fragore delle macchine, ai più gentili un Boia fauss.

Intanto nel chiuso delle cucine le massaie riunite a preparare il pranzo per quando si sarà finito, tirano sfoglie come veli di sposa, spennano galli, sbattono uova e sulla stufa di ghisa a quattro piazze, le portate si susseguono a partire dall’alba fino all’ultimo lamento della trebbia. Dal ragù il profumo dei fegatini si arrende al cospetto di quello del bonet, che sotto il coperchio ricoperto di brace rovente compie il miracolo della separazione in tre strati, quello bruno e dolce di caramello al fondo, quello morbido al centro e la soffice spugna di amaretto alla fine. Il vapore arrossa le guance e non c’ è tempo neanche per due ciance. – Dai Luisetta con quel gallo che mica gli fai il solletico. Ormai… non sente più... Tirale ste penne! – ma lei si perde a sognare come sempre. Ora che il granaio sarà pieno di sacchi, chi la toglie più di lì e ogni volta che cade un oggetto in quel pozzo oscuro e troppo profondo per le sue braccia di bambina, sa che non sparirà. Quando verrà svuotato il granaio, per portare i sacchi al mulino ecco che tutti i tesori perduti riemergono: la matita ancora buona, il braccio della bambola, una vecchia rivista (no quella purtroppo non è sopravvissuta), un ratto vecchio e disperato non più in grado di azzannare la spessa juta dei sacchi, si è saziato con un quarto di Grand Hotel.

Quando della “burla” dorata che troneggiava nell’aia alle prime luci del mattino non rimane che un desolato pavimento di paglia e l’oro è al sicuro nei forzieri di juta al riparo nei granai, le macchine si fermano. Gli uomini si radunano attorno ai mastelli pieni d’acqua lasciata intiepidire al sole. Chi va giù di fino con tela e sapone, chi si benedice appena mani e faccia per poter mangiare, senza sapere che le donne ridacchiano ed osservano da dietro le tende della cucina.

La lunga tavolata allestita sotto il portico si riempie in un momento, i piatti si riempiono e i bottiglioni si svuotano. Pochi morsi ed un bicchiere e la fatica è già un ricordo. Tutti parlare di com’è l’uva quest’anno, che ormai le messi sono da archiviare. Intanto che il sole fa le cordelle, così come sono arrivati, pian piano tutti se ne vanno, le spalle pesanti per la stanchezza, il passo un po’ incerto per il bicchiere di troppo. Domani questo film si girerà in un altro cortile, non troppo lontano da questo, stessi attori, stesso copione.