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Quinta "Pastiglia Valda" di Graziella Culasso: Quando le calze erano di seta...

Quando le calze erano di seta e costavano due soldi al paio il vestito buono era uno solo. Comprato con la vendita delle falòpe a San Giovanni copriva più di tre stagioni.

Ines è seduta alla finestra della cucina e con le molle scaldate sulla stufa si arriccia una ciocca dispettosa, un pezzo di specchio rotto appoggiato al davanzale, restituisce il pallore delle fatiche accumulate, ma anche lo sguardo sereno perso nei sogni di giovane donna. Oggi è la domenica del Corpus Domini, il paese si trasforma: le donne del paese appenderanno ai balconi lenzuola e tovaglie dei loro corredi e ghirlande di fiori di campo, i bambini spargeranno un tappeto di petali su cui far camminare Nostro Signore per le vie del concentrico. Sull’effimero velluto di rose sfilerà la sacra processione. Prima il prezioso baldacchino a riparar l’ostensorio, poi le confraternite. Queste con i loro colori, dal bianco dei Battuti, al giallo delle Umiliate fino all’azzurro delle Figlie di Maria e il blu acceso dei Luigini, diluiranno il nero dei vestiti da festa, intanto scenderà nell’aria una sacralità fatta di canti, di preghiere mormorate e di lodi un po’ stonate, accompagnata dal silenzio rispettoso dei cani.

Ma è dopo la processione che la fantasia di Ines prende il volo. Come ogni anno, dopo la funzione, lei e le sue amiche del paese saliranno a Tre Stelle, dove sul ballo a palchetto potranno ballare allo sfinimento o almeno finché il silenzioso guardiano Barba Luigi, nominato dalle madri a sacro custode delle virtù delle figlie, con un tacito cenno decreterà il ritorno. Per pochi soldi e qualche bicchiere di rinforzo, Bepu e Fisa suoneranno anche loro ad oltranza, poco repertorio: due uguali e una precisa. Tanto ai piedi basta il ritmo e al cuore ci pensa la passione.

Franchino per il ballo, è il migliore sulla piazza e Ines lo segue a ruota nella graduatoria. Sul legno incerato del palco o sulla terra battuta dell’aia spesso fanno coppia fissa fino a consumar le suole. Ma per stasera ci sono altri programmi. Lei spera con tutto il cuore che ci sia il suo Giuseppe, quello di Teilà. La Domenica delle Palme, al vespro non le ha tolto gli occhi di dosso e lei, che fino all’anno scorso manco lo conosceva anche se vive due borgate più avanti, da quel giorno non ha altro per la testa. Alto e bello, con i capelli pettinati all’indietro, gli occhiali da professore, a lei pare un attore di quelli sui cartelli del cinematografo. Stasera se ci sarà, anche se le han detto che balla come un orso, è disposta a farsi pestare i piedi fino all’osso pur di stargli vicino. Stasera il casù non glielo darà di certo e Franchino si dovrà trovare un’altra ballerina.

-Ines… guarda che se non badi alle galline e non raccogli le uova, stasera l’andare a ballare te lo scordi! – urla la madre dal fondo del cortile intenta a spennare l’ultimo gallo della stagione, sacrificio necessario per quel giorno di festa. Anche lei andrebbe a ballare volentieri con la figlia, ma il suo Antonio, che da ragazzo ballava su un chiodo facendola volare come una giostra, ora con l’asma non si muove più di casa. Ma lei gli vuol bene lo stesso e canticchiando fra i denti, strappa le ultime penne ostinate al tempo di una mazurka.

-Va bene, vado e mi sbrigo- e mentre l’ultimo riccio cade perfetto sulle giovani spalle, il pensiero si fa bisbiglio – Oggi le luciderei con la cera una per una, quelle dannate pennute, pur di non perdermi questa serata che aspetto da settimane. E le uova, se vogliono gliele dipingo d’argento, così per un giorno si crederanno Marchese -

Ma le galline non sono le uniche a reclamare. In quella camera sopra la stalla, nella penombra fresca l’esercito silenzioso dei bigat (bachi da seta) aspetta la sua razione di foglie, probabilmente l’ultima, prima di arrampicarsi sulle ramaglie a tessere l’oro prezioso. – Su dai, da bravi riempitevi bene la pancia e mi raccomando, un bel filo lungo e sottile, che quest’anno la campagna là fuori è un po’ rancina. - Mormora a quelle diligenti bestiole e come ogni anno in quel periodo le prende un po’ di sagrin. È triste pensare che andranno a dormire in quelle cucce preziose con la speranza di svegliarsi farfalle leggiadre, mentre invece finiranno per cuocere in una caldaia di uno stabilimento della seta. Ma la sua speranza, ogni anno è che qualche temerario si svegli prima del tempo e fugga dalla sua prigione setosa, lasciando un bel foro d’uscita a romper il filo. Quelli saranno il suo tesoretto. Dalla vendita di quelle falòpe, se va bene riesce a comprarsi un pezzo di stoffa per un vestito nuovo, se va male almeno un paio di calze.

Stasera sulla strada del ritorno, a buio inoltrato, con la luna che fa da lanterna e i grilli da sottofondo, ridacchiando a braccetto, le ragazze con le faraosche nello stomaco e le gambe molli per l’emozione racconteranno a voce bassa la loro storia. Un nuovo amore sarà nato, un altro magari è finito. Un altro ancora è per ora solo sperato. Ines in disparte, a coltivare il suo segreto, le scarpe in una mano, nell’altra le calze appallottolate, cammina sospesa nell’aria mentre un rovo da more le strappa un sette nella gonna.