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"Lassù il tempo si è fermato" racconto di Franca Benedusi

E’ un afoso pomeriggio d’ estate. Giro per casa, di tanto in tanto asciugo il sudore che scende sui miei occhi e non riesco a concludere nulla. Osservo le mie cose, le scruto attentamente. Cerco in esse qualcosa. Vorrei l’ entusiasmo che mi aveva accompagnata, allora, quando con cura le avevo scelte. Vorrei un po’ di calore,ma non trovo nulla. Mi soffermo sul coloratissimo copritavolo, scelto con gioia in un paese lontano e mi sembra sbiadito. Quei colori vivaci non brillano più e quasi si fondono: sono ormai privi di luce. Un peso allo stomaco mi opprime. Mi sento vuota. Ho la sensazione di non aver nulla di nuovo che mi aspetti … Sembra che tutto sia scontato, ripetitivo.

Mi sento stanca, respiro a fatica. Ho l’ impressione di aver esaurito tutte le forze. Le ho consumate man mano per strada, come avessi scalato una montagna. Una montagna immensa, conquistata adagio adagio, con fatica e per tutto il percorso non ho visto altro che nuda roccia; spinta dalla speranza d’ arrivare lassù e poi perdermi in un paesaggio infinito, stupendo. Mi sento in cima. Le mani mi fanno male. Quella roccia, alla quale mi aggrappavo per non cadere, ha indurito la mia pelle. Quel sole cocente mi ha accompagnata: ha bruciato il mio viso, mi ha stinto i capelli, ha abbagliato i miei occhi. Quasi non so più parlare.

Quel sentiero era troppo stretto e in gruppo non si poteva andare. Faticavo da sola puntando sempre alla vetta, senza fermarmi. Attorno il paesaggio era stupendo: ne avvertivo i profumi, i colori, le emozioni. Avrei voluto fermarmi un po’, ma dietro di me c’ erano altri. Sentivo il loro fiato sulle spalle. Sembrava un invito, quasi una minaccia a non chiudere la strada. Allungavo il passo. Camminavo con affanno. Li avvertivo addosso. Volevo allontanarli. Temevo che i loro piedi mi passassero sulla schiena, mi schiacciassero sul sentiero, mi rompessero le ossa e poi mi lasciassero lì come nuda roccia. Ora sono in cima, mi guardo attorno e non vedo che nebbia: una distesa immensa … sembra un mare infinito.

Nasconde tutto: vallate, cime più basse, fiumi che scorrono e la vita intera. Sento una rabbia in corpo che mi fa male: questo alto balcone, raggiunto a fatica, non serve a nulla. E’ lontano da tutto … E’ come un deserto. C’ è solo il vento ed il suo sibilo mi punge il cuore, mi gela la pelle, mi infastidisce gli occhi. Sento un brivido percorrermi la schiena. Passo una mano sugli occhi, mi avvicino alla finestra e guardo fuori. Non vedo anima viva. Quel caldo tremendo invita tutti a stare in casa. Osservo le piante del giardino e ho l’ impressione che pure esse soffrano quell’ aria cocente. Le ortensie che delimitano il cortile sembrano morte. Hanno le foglie rivolte in giù: appaiono rassegnate e mi fanno pena. Corro alla fontana vicina, prendo la gomma e le bagno.

Di tanto in tanto giro l’ acqua sui miei piedi e mi rinfresco un po’. Il caldo è insopportabile e quella luce intensa sembra bruciarmi gli occhi. In un attimo decido: devo andare a Lunetta, cercare un po’ di fresco, vedere la mia terra … ho bisogno di lei. Mi preparo e parto. Imbocco corso Langhe, poi corso Cortemilia e quasi senza accorgermene, arrivo a Rodello. Guido e, di tanto in tanto, guardo le colline che mi circondano. Vado veloce perché conosco la strada e potrei farla ad occhi chiusi. Oggi, poi, è deserta: ne sono la padrona assoluta e posso godermi il paesaggio.

Osservo i campi di grano ormai dorato, il verde del fieno, le nocciole quasi mature. Sento profumo di pesche, di mele cotogne, di albicocche. Non soffro più il caldo. Quelle grosse chiazze verdi dei boschi mi avvolgono, mi danno freschezza, ritemprano il mio animo, il cuore e gli occhi. In brevissimo tempo arrivo a San Benedetto , passo sul ponte che attraversa il fiume Belbo e rallento. Lo faccio ogni volta ed i miei occhi si perdono in quella piccola diga proprio vicina alla strada. Le piante che fiancheggiano il fiume si rispecchiano dentro, vibrano leggermente, creano giochi di luce intensa e di ombre sfumate.

Muovono e sembrano danzare. Prendono i raggi del sole e poi, con essi , si tuffano in quello specchio tranquillo. Il fiume corre leggero come volesse non spezzare quelle immagini capovolte e quasi perfette. Non resisto. Parcheggio l’ automobile e corro vicino alla piccola diga. Attraverso il campo pianeggiante che arriva sulla riva del fiume. Sento l’ erba sfiorarmi le gambe. Faccio lunghi passi: non voglio calpestare il fieno. Mi accorgo d’ aver lasciato una scia dove sono passata e mi sento un po’ in colpa. Ho l’ impressione di sentire la voce di mio padre. Vedo i suoi occhi pieni di stupore. “Calpestare il fieno non è una cosa da fare”. Questo l’ ho sempre saputo: me l’ ha detto mille volte. Ascolto le sue parole come se lui fosse lì vicino a me.

Chino il capo quasi imbarazzata e cerco di allungare il più possibile i miei passi. Appoggio a terra solo la punta dei piedi, voglio schiacciare meno fieno possibile. Arrivo sul Belbo e sento il fresco accarezzare la mia pelle. Mi siedo e osservo l’ acqua scorrere dolcemente. Mi sento bene. il suo canto mi addolcisce l’ animo. Sembra passare sui miei pensieri, scioglierli e poi portarli via con sé . Quel canto, quei colori,quelle luci intense e quelle ombre mi sono familiari. Mi hanno vista crescere, mi hanno accompagnata sempre, son penetrati nel mio cuore ed io, di tanto in tanto, devo andare a cercarli.

Sento il desiderio di immergermi e di confondermi in essi. Mi alzo, tolgo le scarpe e m’ infilo in quell’ acqua fresca che scorre, che mi accarezza le gambe ed intanto continua a cantare. Quell’ afa tremenda non la sento più. Quel cupo silenzio è rimasto ad Alba. Mi sento in paradiso. Guardo attorno e non vedo nessuno. Esco dall’ acqua e mi tolgo i pantaloni. Li metto su un sasso asciutto e torno nel fiume. Cammino cercando i sassi che sbucano, evito le pozze più profonde e mi avvicino alla piccola diga.

Lo spettacolo che appare m’ incanta. Un pezzo di Langa s’ è capovolto e balla nel fiume. Guardo e sorrido. Quello specchio d’ acqua non l’ avevo mai visto così bene: ora invece sono lì vicino dove l’ acqua incomincia a diventare alta. Non proseguo: decido di tornare indietro. Qualcosa mi spinge a farlo. Improvvisamente mi prende paura. Sento la voce di mia madre: ascolto le sue parole: - Attenta! Il fiume è pericoloso. – Corro verso i pantaloni, li infilo in fretta poi cerco una sigaretta e, quasi con affanno l’ accendo. Mi sdraio a terra e fumo. Vedo spicchi di cielo azzurro tra il verde delle “verne”. Le foglie dondolano dolcemente e quasi m’ incantano. Giocano con i miei occhi, mi rubano la mente e mi portano lontana . Mi portano al passato, a Lunetta, a casa mia con mia mamma vicina. Stringo tra le dita un piccolo bastone e un pezzo di pane. Mamma ha il foulard in testa, mi tende la mano, mi guarda e sorride.

E’ un pomeriggio di luglio. Il cielo è stupendo e un grande sole illumina ogni cosa. Sono felice, non sento caldo, tengo stretto il tozzo di pane e non vedo l’ ora di partire. Mamma s’ avvicina alla porta dell’ ovile, la spalanca e invita le pecore ad uscire. Esse sentono caldo e invece di venir fuori, si ammucchiano in un angolo e nascondono la testa una sotto la pancia dell’ altra. Entro anch’ io nell’ ovile, mi aggrappo alla lunga lana di Muma e cerco di tirarla, ma è tutto inutile. Fili di lana mi rimangono tra le dita e il mucchio formato dalle pecore sembra impenetrabile. Arriva Diana: la cagnetta bianconera, la mia compagna nelle lunghe ore passate al pascolo, si avvicina e in un attimo riesce a smuoverle.

Finalmente si può partire. Mamma cammina davanti al piccolo gregge e Diana ed io lo seguiamo. Arriviamo al centro della frazione e ci fermiamo vicino alla grande vasca. Io sono felice. Invito Diana a starmi vicina perché le pecore hanno paura di lei e potrebbero correre via. In un attimo il centro della frazione è pieno di vita. Ci sono tutte le mamme, tutti i bambini e un grosso gregge circonda la grande vasca e quasi la nasconde. Noi piccoli siamo felici: andare al Belbo a lavare le pecore è per noi una grande festa. Passeremo l’ intero pomeriggio insieme e questo ci riempie di gioia.

Ci incamminiamo verso il Belbo. La strada è polverosa e il sole è caldissimo. Le pecore procedono ammassate, sollevano una nuvola di polvere, di tanto in tanto si bloccano e a stento riusciamo a farle ripartire. Le mamme chiacchierano tra loro, a volte si fermano per un attimo, ridono, gesticolano con le mani poi tornano vicine a noi e tutti insieme seguiamo quella nuvola bianca. Sento la polvere entrarmi in bocca mentre cammino tra gli altri bambini ed intanto ascolto. Si parla di tutto: del Belbo, dell’ acqua, dei pesciolini grigi e di cosa faremo quando saremo grandi. Coperti di polvere, arriviamo al fiume. Il tozzo di pane, che tengo in mano da quando siamo partiti, è tutto sporco e in parte sbriciolato. Arrivati al fiume, spingiamo le pecore sulla sponda della piccola diga e per un po’ le lasciamo tranquille. Il fresco dell’ acqua vicina, l’ ombra delle “verne” e l’ erba verdissima del prato che costeggia il fiume sembrano un invito a fermarci un po’. Poso a terra il piccolo bastone e il pezzo di pane.

Tolgo i sandali e in un attimo sono con i piedi a bagno. Vicino alla diga, il letto del fiume è largo. L’ acqua è bassa, grossi ciottoli sbucano e formano un guado. Gli altri bambini mi seguono e siamo subito tutti in acqua. Le mamme ci osservano dalla riva. Hanno fatto un mucchio delle borse con le nostre merende e chiacchierano. Le pecore sono sempre una vicina all’ altra. Sono immobili, nascondono il loro muso e sembrano un grosso ammasso di lana. Mi avvicino ad una buca più profonda e trovo i pesciolini grigi . mi sembra d’ impazzir di gioia. Cerco di prenderli, ma non riesco ad agguantar che acqua. Non mi perdo d’ animo: con gli occhi quasi immersi , sposto velocemente le mani. Le distendo, le richiudo e poi, adagio adagio, le riapro e spero sempre di trovare un pesciolino mio prigioniero. Sento freddo ai piedi. Quel fango mi si appiccica alla pelle e mi dà fastidio. Lo sento infilarsi tra le dita, avvolgere tutto il piede e, come fosse colla, bloccarmi lì in mezzo a quella pozza.

Istintivamente li sposto: l’ acqua s’ intorbidisce e non vedo più nulla. Sento mamma chiamare. Esco e rimetto i sandali, riprendo il pezzo di pane e il piccolo bastone. Il mio cuore batte forte e sono felice. Finalmente è giunta l’ ora tanto attesa. In un attimo siamo tutti vicini alle pecore. Mamma prende il mio tozzo di pane e raggiunge l’ altra sponda della piccola diga. Arrivata proprio di fronte a noi chiama forte Muma e con il braccio teso mostra il pezzo di pane. Muma non ascolta: è ghiotta di pane, ma in questo momento ha troppa paura dell’ acqua e finge di non sentire. A fatica riusciamo a spingerle tutte sul bordo. Muma è la prima, guarda mamma dall’ altra parte, ma non si muove. Bela e rimane immobile. Diana, come avesse intuito tutto, le si avvicina, le pizzica le zampe posteriori e le abbaia minacciosa. Muma, improvvisamente, si tuffa e per un attimo sparisce sott’ acqua e poi la sua testa riappare.

Lancio un urlo di gioia, quasi trattengo il respiro e la seguo con lo sguardo senza perderla per un istante. Vedo le sue zampe muoversi veloci. Sembra voglia correre e cerchi disperatamente un punto d’ appoggio. Muovo velocemente le braccia nell’ aria come fossi nell’ acqua anch’io e ho l’ impressione di aiutarla. Vorrei correre da mamma, chiamare anch’ io forte Muma e vorrei poterle dire: - Non aver paura! - Ed invece rimango ferma e muta. La sua lana si distende nell’ acqua: è completamente immersa, solo la testa sbuca fuori, la sua bocca è spalancata, le sue lunghe orecchie ballano e sembrano seguire il movimento delle zampe. Bela disperata e guarda mamma.

Con gioia mi accorgo che sta proseguendo, nuota adagio adagio e attraversa tutta la diga. Le altre pecore la seguono e, in un attimo, sono tutte a bagno. Fanno lo stesso percorso e belano . Il canto dell’ acqua non si sente più: un concerto di belati echeggia tra le fitte “verne”, l’ acqua s’è intorbidita, esce più copiosa dalla diga e,nell’ abbandonarla, disegna una larga striscia bianca. Ad una ad una escono sull’ altra riva, sono bianche come la neve e, come se nulla fosse accaduto, vanno tranquille a brucare l’ erba del prato. Corro da mamma, cerco Muma e l’ abbraccio. Lei fa l’ indifferente, bruca e finge di non vedermi. La stringo forte al collo e la sua lana mi inzuppa d’acqua. Mi passo una mano sullo stomaco: i miei abiti sono asciutti. Scatto in piedi, spalanco gli occhi e cerco nel prato. Una distesa verde brilla sotto il sole. Mamma non c’è più e le pecore sono svanite. Le “verne” sono immobili, l’ acqua scorre silenziosa, solo un lieve ticchettio delle foglie si perde nell’ aria. Nascondo il viso tra le mani e piango. Piango nel silenzio delle mie colline … rimpiango quei momenti passati.

Sento un brivido percorrermi la schiena e vorrei lanciare un urlo: un urlo di rabbia. Insultare il tempo perché corre via veloce e ti fa vivere le cose senza lasciarti un attimo per apprezzarle. Ti spinge avanti, ti butta nell’ incertezza e ti ferisce il cuore se ti volti indietro. Tolgo le mani dal viso, strizzo gli occhi e cerco sul bordo della diga: guardo tra le ombre delle “verne” e voglio veder mia madre. Voglio soffermarmi sul suo viso, perdermi nel suo sorriso, rassicurarmi nel suo sguardo. Mi alzo in piedi, attraverso il fiume, vado sul prato: il sole mi acceca. Sento l’ erba sfiorarmi le gambe.

Mi fermo: non voglio calpestarla … voglio lasciarla dritta a cercare il sole. Torno indietro ed un gioco di luci ed ombre m’ invade gli occhi. Guardo l’ acqua … vedo cerchi danzare. Guardo ancora, trovo gli occhi di mia madre e sento sussurrar qualcosa. Ascolto quasi senza respirare e avverto mio padre che mi parla, mi è vicino nell’ ombra e mi spinge verso il sole. Mi accompagna alla macchina, mi fa salire sopra, mi saluta con un sorriso e poi in un attimo svanisce. Accendo il motore e parto. Mi sento bene. In breve raggiungo il passo della Bossola. Mi fermo ancora, scendo dall’ auto e mi guardo attorno. Il sole è vicino alle montagne, i suoi raggi non accecano più, sfiorano le cime delle mie colline e le fanno brillare nel cielo azzurro. Sento un fruscio improvviso.

Qualcosa mi pizzica le guance. Tocco le mie braccia e le sento fredde: la pelle è accapponata. Guardo le foglie delle piante vicine e le vedo agitate. Si muovono veloci, battono l’ una contro l’ altra e sembra m’ invitino a ripartire e a tornare a casa. Sorrido, mi avvicino all’ automobile e il vento che danzava con esse, mi abbraccia. Mi scompiglia i capelli e mi parla: mi dice di tornare ad Alba e mi invita a non disperare mai. Mi sussurra all’ orecchio e mi confida che rimarrà lì ad aspettarmi. Ci sarà sempre per aiutarmi , per sciogliere i miei pensieri, per liberare la mia mente perché è vento di Langa, non è prigioniero del tempo e non potrà mai svanire.

Franca Benedusi Tratto dal libro “ LA LUNA NUOVA SI NASCONDE “