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Settima "Pastiglia Valda" di Graziella Culasso: Due più due non fa per forza quattro

Luigino è il primo ad arrivare, come tutti i giorni infila la vecchia chiave nella toppa arrugginita del pesante portone. Dentro è buio pesto e anche se sono le sette e mezza, in questa fredda mattina di dicembre aprire gli scuri non porta rimedio.

Accende un lume a petrolio e poi ne accende un secondo, un alone giallo via via si diffonde nella stanza polverosa e ne rivela i contorni. Come tutte le mattine l’unica aula della vecchia scuola del paese prende vita. Nell’aria è ancora sospesa, come in un fermo immagine, la polvere del gesso, che ad un tacito comando, lenta si posa sui vecchi banchi allineati. I piani inclinati in attesa dei libri passati di famiglia in famiglia, portano incisi i nomi delle generazioni che nel tempo vi si sono sedute.

Il pavimento di mattoni restituisce poche note sommesse sotto le calosce di Luigino, che da tanto tempo non vedono acqua o neve ma solo la polvere dei sentieri aridi per la siccina. La stufa in ghisa sulla parete di fondo, sonnecchia accoccolata tra due armadi a muro che fanno da archivio, da biblioteca e da magazzino, di fianco in un secchio di zinco una manciata di paglia, qualche sarmenta spezzata e due legnetti di nocciolino aspettano per far partire il fuoco. Poi a mantenerlo ci penseranno gli allievi. Il compito più gravoso per ogni alunno è portarsi da casa un pezzo di legno, ru’ o gaggia, nella cartella, per garantire un po’ di tepore fino alla campanella. Delle due è meglio dimenticar di fare le addizioni piuttosto che scordare il tributo.

-E bravo il mio Luigino, che tutte le mattine mi fa trovare i lumi e la stufa accesa. Stamattina l’aria fredda taglia le orecchie e puzza di brusco come diresti tu. - sento provenire dalla scuola sul fondo della piazzetta, di fianco alla chiesa. È la maestra Minuto ritagliata nel vano appena illuminato della porta. Un vestito che un tempo era nero e ora la polvere ha reso indefinito, unico vezzo un colletto di pizzo bianco, ben inamidato, che ogni giorno è diverso. Una treccia di capelli grigi incornicia il viso pallido e scarno e va a terminare in una crocchia ben ferma sulla nuca. Le mani sottili e deformi per i dolori conservano l’eleganza dei modi di chi ha studiato, anche se nel parlare cerca di esser vicino alla gente del paese. Comunque per loro rimane sempre la Signorina Maestra.

Io, Pinuccia e Giovanni facciamo la strada assieme ma quando entriamo a scuola ci dobbiamo separare. Io che sono la più grande vado nella fila della terza, nel banco davanti, vicino a Lucia che chiacchiera sempre. Pinuccia mia sorella è nella fila di mezzo della seconda. Giovannino invece è da due anni nell’ultimo banco in fondo alla fila dei primini.

Il ticchettio degli zoccoli di legno sulle piastrelle rompe il silenzio dell’aula e tutti ci guardiamo nei piedi. Le calze di lana di pecora non sono bastate a respingere il gelo della camminata. Dentro, i piedi umidi e gelati, tra qualche minuto incitati dal tepore della stufa, daranno voce ai geloni e ci faranno vedere le masche. Ci sediamo e per prima cosa controlliamo i vasetti per l’inchiostro. Se Carlone del Poggio arriva per primo li riempie di cenere e quando la maestra passa a distribuire l’inchiostro si forma una specie di pappa che spacca le bue dei pennini: macchie di inchiostro grosse come un soldo si formano sui dettati e a casa, con tutto il daffare che c’è, ci tocca pure rifarli. Stamattina però Carlone è rimasto addormentato e il mare limpido dell’inchiostro fa capolino dall’orlo della boccetta, promettendo capilettere e svolazzi da vero amanuense.

-Psst…Giovannino, quanto hai preso ieri del compito di matematica ?- sussurro piano che la Maestra non mi senta. Al terzo richiamo tira fuori la vetta di nocciolo e ci chiede di aprire le mani. – Cosa vuoi che abbia preso… un bel due. - e nel dire mi passa il foglio sgualcito dove sui calcoli in colonna si espande il numero del disonore calcato a matita rossa. – Si ma anche tu Giuanin, mi scrivi che due più due fa tre! Lo sanno anche i sassi che fa quattro!

-Guarda che due più due non fa per forza quattro. La scorsa settimana mia madre si è fatta prestare per due volte un paio di miche da Giacinto il vicino. L’altro ieri che è finalmente andata a cuocere al pastino, mi ha subito dato il debito da rendere. Ma io non ho resistito e mentre che andavo un morsione per volta ne ho fatta fuori una. Quando sono stato là ho fatto l’indiano e gli ho dato le tre miche rimaste dicendogli “mia madre le rende il pane imprestato”, aspettando che mi coprisse di bestemmie. Ma lui ringraziando disse che andava più che bene, e intanto dindonando la testa rideva sotto i barbigi -

 -E certo che rideva - penso io e il pensiero diventa parola – Giacinto ha il cuore grande come una cascina. La sua morbida clemenza ha battuto le regole ferree della matematica e ti ha salvato dagli schiaffoni di tua madre -. Intanto penso che Giovanni finirà la licenza elementare in quel banco sfortunato. Luigino invece lui vuol arrivare alla quinta con le serali, perché vuol andare ad Alba ed aprire un negozio, anche se non sa ancora cosa vendere. Anch’io vorrei far le serali e poi il ginnasio. Vorrei diventare scrittrice di novelle, di racconti, di tutto quello che mi passa per la testa, quella che mia madre va sempre a cercare tra le nuvole. Ma il mio futuro è già scritto da qualche parte. Finita la terza aspetterò i ventun’ anni facendo da madre ai miei cinque fratelli. Poi senza neanche il tempo di coltivar l’idea mi sveglierò un mattino, sposa inconsapevole in un matrimonio combinato, dov’ è importante che quadrino le coppie di buoi con le tavole di terra. Il resto viene da sé.

La Maestra seduta dietro la cattedra quasi scompare, ma la sua voce di due ottave sopra la norma scandisce il dettato, mentre sopra la testa, racchiuso in una cornice di gesso sbeccato, un tempo dorata, in un sbiadito ritratto il Re Cit ci osserva serioso. I pennini raschiano i fogli e la stufa borbotta sommessa. Tra due settimane è Natale, ma a casa i vecchi parlano di una guerra che sta per bussare ai nostri confini.