“Egle e Gino” racconto di Franca Benedusi

“Egle e Gino” racconto di Franca Benedusi

Egle e Gino

È il 19 marzo 1950. Gino è quasi pronto. Con l’aiuto di sua mamma sta impacchettando due fette di torta e cerca di sistemarle in modo che rimangano integre sino a Savona. La sua bicicletta è nell’aia che l’aspetta; può partire. Sale, rivolge un saluto alla mamma ed imbocca la strada per Monesiglio. Il cielo è stupendo ed i raggi del sole mattutino si infilano tra le piante che fiancheggiano il primo tratto della via creando giochi di luci e di ombre.

Gino pedala veloce, li attraversa ed ha l’impressione che il sole giochi a nascondino con lui. A tratti lo illumina per abbandonarlo subito mettendo a dura prova i suoi occhi che, con movimenti repentini, devono socchiudersi o subito spalancarsi. E’ felice. La ghiaia della strada gli provoca un tremolio ma lui nemmeno lo sente. +Quella strada gli sembra bellissima perché lo porta a Savona. Gli pare di volare. I suoi occhi guardano quelle curve strette, la ghiaia a volte più grossa, la discesa improvvisa, quel pezzo di salita troppo ripida e lo guidano, lo frenano, lo stimolano. Lo fanno loro perché la sua mente non c’è più è già là vicino al mare alla ricerca di Egle. Egle era partita da Mombarcaro due mesi prima; aveva percorso la stessa strada:

Era andata a piedi sino a Saliceto e di lì aveva proseguito in treno con una piccola valigia e tanta nostalgia. Doveva andare a lavorare là dove c’era quel mare che lei non aveva mai visto. Aveva in sé tanta tristezza e sapeva che nulla avrebbe potuto diminuirla, neppure quell’immensità azzurra. Pensava a Gino e le veniva un nodo in gola. Il rumore del treno in arrivo la stordiva e pensava che la sua velocità in un attimo l’avrebbe portata lontana.
Aveva ancora una volta guardato lassù, verso Mombarcaro, dove aveva lasciato tutti i suoi affetti…ma non vedeva più nulla. Vedeva solo colline che non conosceva; colline sulle quali non trovava nulla che le fosse familiare. – È meglio se non guardo più. – Sale sul treno, sceglie il posto più lontano dal finestrino e si siede. Pensa, cercando di consolarsi con tutte le cose positive che avrebbe avuto in cambio di questo grande sacrificio. – Guadagnerò dei soldi… aiuterò i miei…vedrò una città… imparerò cose nuove… ma, ma… come farò con Gino? Non potrò più vederlo! – Questo pensiero annulla in un istante tutte le sue speranze.
Due grosse lacrime le escono dagli occhi ed un peso inspiegabile sembra invaderle lo stomaco; un peso che sale, arriva al cuore, lo strige e lo fa battere disperato. Appoggia la schiena al sedile, stringe forte tra le sue mani la borsetta e chiude gli occhi. I movimenti del treno sembrano dondolarla. Il rumore ripetitivo e continuo martella la sua mente e sembra dirle: “Non arrenderti, non disperare, non odiarmi perché ti porto lontana… io vado in tutte le direzioni… vedrai… ti riporterò tra le tue colline, un giorno”.
Egle si sente infinitamente triste. In questo momento quasi odia le sue colline; quelle colline che ti fanno sentire in paradiso ma poi non ti danno nulla per continuare a viverci. Le sente traditrici, quasi colpevoli di farle scoprire dolcezze che poi deve abbandonare. Colpevoli di riservarti un destino crudele perché fingono di amarti di abbracciarti di coccolarti… usando tutti i mezzi della natura che, vanitose, ostentano in ogni occasione. Poi, però, ti spingono via perché quasi non si fanno toccare. La loro conformazione sembra fatta apposta per lasciarle integre… per non guastarle. Quando provi a lavorarle, sembrano dirti: “Fai pure! Spaccati la schiena ma noi ti daremo poco perché la terra che ci forma è troppo povera e non può ricompensare le tue fatiche.” “Destino crudele! – Pensa Egle – Nascere in un posto così bello ma altrettanto povero. Io comunque tornerò. Saranno povere le nostre terre, saranno dimenticate da Dio e dai Santi, come dice mamma, ma io tornerò. Chissà…in futuro qualcosa cambierà”. Questa decisione, presa con fermezza, l’aveva un po’ rasserenata. Le aveva dato la forza necessaria per arrivare alla stazione di Savona ed apparire alla sua futura padrona, non come un cane bastonato, ma come una giovane sicura di sé e pronta a lavorare sodo. – Ehi… dove vai? – Gino prova un sussulto. È così preso dai suoi pensieri che quasi non vede l’amico Remo. – Ciao Remo, vado a Savona – ed intanto ferma la bici ed appoggia i piedi a terra senza scendere. – A Savona? Ma sei matto? Chi credi di essere Coppi? – – Vado da Egle… anzi lasciami andare… non posso perdere tempo! – – Scusa Gino ma proprio non ti capisco.
Lo sai almeno quanti chilometri ci sono da Mombarcaro a Savona? – – Certo che lo so. Non mi fanno paura!.. E poi andrei in capo al mondo per Egle. – – Gino, proprio non ti capisco. – – Ti credo, tu non hai mica Egle che ti aspetta. – – Egle… Egle… ci son tante ragazze. – – Lo so… ma di Egle ce n’è una sola.
Lasciami partire Remo… non farmi perdere tempo… ciao… ci vedremo domani. – Riprende a pedalare con più forza di prima e si sente fortunato. Pensa a Remo e prova un po’ di pena per lui perché lui “Egle” non sa neppure cosa voglia dire. Un odore acre gli infastidisce le narici e sembra intaccargli la saliva. Gli dà fastidio ma nello stesso tempo lo rasserena perché è già al Bormida.
Scruta furtivamente il cielo e lo vede azzurro. – Non cambierà il tempo – pensa – anche se questo odore, quando è così intenso, annuncia nebbia e nubi. – Sente il rumore di un motore, lontano, alle sue spalle. Continua a pedalare tenendosi alla destra della strada. La ghiaia, lì più copiosa lo rallenta e questo un po’ lo infastidisce. Una nuvola di polvere lo avvolge. Si ferma per un attimo e, portando una mano al viso, si copre naso e bocca. Guarda quella macchia scura che si allontana velocemente e la scruta cercandola tra la nuvola di terra che si porta dietro. È una Topolino, una 500B, l’utilitaria della FIAT. Prova un po’ d’invidia per chi c’è sopra perché loro son già lontani verso Savona. Riprende a pedalare e pensa alla “Topolino” e si convince subito che per lui non può essere che un sogno. – Dovrei lavorare, come operaio, per tre anni e non spendere nulla per comprarla – pensa – seicentocinquantamila, per uno come me, è un’esagerazione. Non ho neppure i soldi per andare in treno… altro che Topolino… – – Pedala Gino! Non pensare! Savona è ancora lontana, hai ancora dure salite da affrontare… e poi chissà… un domani… avrai anche tu una Topolino. – Egle ha servito il pranzo ai suoi padroni ed ha già sistemato tutto. È pronta per uscire; è libera sino alle sei, quando dovrà rientrare per la cena. – Dove vado? Se fossi a casa aspetterei Gino, mi farei bella e scruterei ansiosa quel sentiero che porta a Lunetta. Impazzirei di gioia nel vederlo apparire e camminare veloce per arrivare a me. Uscirò comunque e qualcosa farò. Sono a Savona, Gino non c’è… ma io ci sono devo reagire.
Ho trovato! Andrò dalla mia amica; oggi è festa, è San Giuseppe, anche lei sarà libera sino alle sei. Andremo sulla spiaggia, la giornata è bella. – Egle esce, percorre velocemente la strada che porta alla stazione e dalla sua amica. Non vede quasi nessuno. “Strano – pensa – con una giornata così bella, che siano tutti chiusi in questi palazzi.” Di tanto in tanto sente una voce concitata. Si fa più nitida man mano che si avvicina alla finestra dalla quale arriva perdendosi poi lentamente mentre lei si allontana. Arriva nella piazza della stazione e vede tanta gente. Sono uno vicino all’altro, in silenzio, intenti ad ascoltare. Si ferma un attimo, cerca di capire e riconosce la voce concitata sentita prima. Fa alcuni passi veloci, è anche lei con il gruppo ed ascolta. – Bartali… Bartali… è in testa… l’uomo di ferro… l’intramontabile… a trentasei anni è capace di vincere ancora… brucia in volata Rik Van Steenbergen… è fatta… Bartali… Bartali!… – Guarda da dove arriva la voce e vede un altoparlante. – Mi fermo un po’ qua – pensa – in mezzo a questa gente mi sento meno sola. Anche loro come me amano ascoltare le imprese dei nostri campioni. –
Ma come mai quel cronista non parla di Coppi? Gli ultimi due anni la Milano-Sanremo l’ha vinta lui. Non ci sarà?… Un rumore strano, un cigolio di freni stanchi le provoca un sussulto. Si gira incuriosita. Non crede ai suoi occhi. Trattiene il respiro e guarda meglio. Sì, è proprio lui! È Gino con la sua bici nera. E’ lì fermo e con gli occhi cerca tra la folla. Cerca quella testa bruna… quei riccioli ribelli… quegli occhi furbi… quel sorriso che illumina cerca lei, Egle, la sua ragazza. Non la trova. Quel gruppo la nasconde. Cerca ancora perché sa che doveva passare di lì. Lei stessa glielo aveva scritto.
Aveva un’amica che abitava proprio vicino alla stazione e nei pomeriggi liberi andava da lei. Ci deve essere per forza. – Gino, Gino! – Gino guarda verso quella voce e crede di sognare. Rimane immobile e non vuole perdere neppure un secondo di quelle immagini. I suoi occhi sembrano impazziti. Si posano ora su quei riccioli neri che si alzano nell’aria per ricomporsi leggeri ora sulle gambe affusolate che corrono armoniose, ora sulle mani, tese verso lui, per poi perdersi in quegli occhi…quegli occhi neri, furbi e dolci come il miele. Una sensazione calda gli sfiora le guance. Chiude gli occhi quasi a voler rimanere per sempre così con Egle vicino a lui, che lo sfiora con le sue labbra che gli stropiccia i capelli, che pronuncia il suo nome, che ride, che piange e lo strige forte. Non trattiene una lacrima ma subito la nasconde portandola via con la mano veloce. – Egle… Egle… ti ho portato la torta… la torta di mia mamma… quella che ti piace tanto… andiamo, andiamo in qualche posto tranquillo, Egle. – Egle sembra non capire. Non lo abbandona, quasi avesse paura che, staccandosi da lui, svanisse tutto.
Si avviano verso il mare. Egle conosce un posto tranquillo. Un angolo di spiaggia riparata. Il posto dove andava nelle ore libere per volare indisturbata con i suoi pensieri fino alla piccola collina a forma di luna, a casa sua.
Sono felici, si siedono e il mare limpido sembra proteggerli e sembra cantar loro una canzone. Lambisce dolcemente la sabbia e subito si ritira lasciandosi dietro mille bollicine bianche. – Come sono felice, Gino! Perché non mi hai scritto che saresti venuto? – – Volevo farti una sorpresa. E poi non resistevo più… Avevo bisogno di vederti. Ti ho portato la torta che ti piace tanto. Spero non si sia sbriciolata. – – La mangerò comunque Gino, non preoccuparti. – E così, tra un bacio ed una briciola di torta, il tempo corre via veloce. –
Gino… è quasi ora di rientrare. – Dicendo questo Egle si rattrista. China il capo, si porta una mano ai capelli e con le dita sembra prendersela con i suoi riccioli neri. Li gira e li rigira attorno all’indice e non parla. – Egle, non essere triste! Presto staremo sempre assieme. Ci sposeremo. – – Come facciamo a sposarci, Gino? Non abbiamo un soldo. – – Non preoccuparti, Egle… vedrai. Io credo nel nostro futuro e ti dirò di più: lo vedo a Mombarcaro. – – A Mombarcaro? E cosa faremo. Le nostre colline sono povere quanto noi, Gino. – – Bisogna credere nelle cose, Egle! Devi crederci anche tu. Poi non è vero che le nostre colline son così povere. Basta non chiedere loro ciò che non possono dare. Bisogna amarle, studiarle e capirle poi vedrai!… Pure loro saranno generose con te. La guerra è finita da un po’; c’è sempre povertà, è vero, però c’è la tranquillità di impostare qualcosa, la possibilità di migliorare di ricostruire. Vedrai Egle non mi sbaglio! Tu però devi crederci! Assieme lavoreremo sodo. Alleveremo bestiame, faremo tume… semineremo patate. Le nostre patate sono le migliori. Vedi tuo papà…con le patate riesce quasi a pagare il collegio per tua sorella. – – Gino, mi piace il tuo entusiasmo… però non ti rendi conto che, per fare ciò che dici, non bastano quattro braccia, due zappe ed una falce! Tu sei troppo fiducioso. – – Ci faremo aiutare. – – A sì… e da chi? – – Dai trattori. Sai Celeste, il mio vicino, l’ha comprato ed in un giorno ha fatto il lavoro di un mese. – Un tuono tremendo li sorprende e li ammutolisce. Guardano in alto, verso l’entroterra, e quel cielo azzurro non c’è più. Nuvole minacciose l’hanno nascosto e si muovono veloci verso il mare. Un vento quasi freddo esce improvviso. Sfiora quella immensa tavola azzurra provocando un incresparsi di onde che man mano diventano più grandi. – Gino, non puoi tornare a casa con questo tempo! – – Devo andare Egle, in qualche modo farò. – – Prendi il treno, Gino! Arrivi a Saliceto e poi prosegui in bici fino a Mombarcaro. – – Sarebbe troppo bello, Egle. Il fatto è che non ho i soldi per il biglietto. – – Io ho qualche spicciolo. Sono i soldi che la padrona mi da per andare al cinema. Forse bastano. Andiamo, salgo a prenderli. – Sale in casa, cerca tutti i soldi che ha ed in un attimo è da Gino. Con il cuore in gola li contano, li ricontano e con grande soddisfazione si accorgono che sono sufficienti. Egle è raggiante. “Meno male che non sono andata al cinema” pensa. Il sapere di aver risparmiato a Gino tutti quei chilometri, di notte, con un tempo minaccioso, le fa toccare il cielo con le dita e le fa pensare che al cinema non andrà mai. Quei soldi sono troppo preziosi e li aiuteranno a rincontrarsi ancora. Gino sale sul treno con la sua bici. È stanco ma felice. Si siede, chiude gli occhi e pensa a Egle, sente addosso il suo profumo e quasi non respira per carpirlo meglio. Il dondolio del treno lo culla e lui si addormenta. Un sibilo improvviso lo sveglia. Sente il treno rallentare… Guarda fuori… Vede una stazione… ma non la riconosce. Guarda meglio ed una grossa scritta lo lascia a bocca aperta: “Mondovì”. Recupera la bici e scende in fretta. Si volta, guarda il treno che riparte… e pensa a… Gino… a Torino con una bici nera e con le tasche vuote. Scuote il capo e con un balzo salta in sella. “Mi è ancora andata bene – pensa – Mondovì in fondo è più vicina.” Mombarcaro, 3 Settembre 2011 E’ mattino presto, ma i raggi del sole illuminano già il cortile di Egle e Gino. Si infilano tra le fronde degli alberi che lo proteggono dal rumore della strada vicina e lo colorano come mai avevano fatto prima. Lo trovano pulito , sgombro e con l’ erba perfetta come fosse un immenso tappeto verde steso partendo dai muri della casa per arrivare sino alla strada. Egle e Gino sono in casa. Si stanno preparando e si sorridono. Sorridono al giorno che verrà e che li vedrà al centro di una festa organizzata tutta per loro. In quel cortile la bicicletta nera non c’ è più: c’è però un piccolo altare allestito per celebrare e festeggiare con figli, nipoti, parenti ed amici il loro sessantesimo anno di matrimonio. Su quel cortile la bicicletta nera non c’ è più. Da parecchi anni è finita nel ferro rotto. Gino l’ aveva abbandonata con un po’ di tristezza e con infinita emozione. Le aveva offerto un’ ultima carezza e poi, voltandole le spalle s’ era allontanato pronunciando mille volte EGLE. Egle : la sua ragazza, la sua sposa, la madre dei suoi figli … la compagna di una vita. Una vita non priva di sacrifici, ma bella da morire: giorni trascorsi a programmare, a realizzare e ad amare. Amare la vita, le dolci colline, il sole, la luna e, nelle notti buie, le infinite e pullulanti stelle.
Franca Benedusi

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